16 febbraio 2009
Il caso di Eluana Englaro è diventato un simbolo, e un simbolo è una cosa che da ogni parte lo si guardi, manda di sé luci ed ombre sempre differenti. Un simbolo è un oggetto che ha molte dimensioni e molte appartenenze.
Il caso di Eluana è servito e ancora serve, nella sua drammaticità, da punto di snodo per tante importanti riflessioni sul vivere e sul morire. Mi limito qui a pochi spunti, quasi casuali.
Parto da un fatto: Eluana è morta perché privata del cibo e dell’acqua.
Si affaccia per prima una questione: Eluana è morta adesso nel 2009, o era già morta allora, subito dopo l’incidente avvenuto diversi anni fa? Non sembrerebbe nemmeno una questione da porsi, eppure tanti italiani hanno dimostrato, in verità, di possedere poca chiarezza avere proprio in merito a questo punto. Che purtroppo non è un punto da poco. Infatti, per molti italiani Eluana era già morta da tempo, da diciassette anni. Proprio per questo, i convinti della morte di Eluana hanno perorato, più che per lei per i suoi familiari, l’interruzione di un inutile accanimento terapeutico e la sepoltura del cadavere.
In effetti, se Eluana fosse “morta” davvero al tempo dell’incidente e se quindi di lei non fosse rimasto niente più che un corpo, pur dotato di qualche residua funzione vitale, molte delle domande e delle obiezioni sollevate dalle estreme posizioni cadrebbero, prive di senso. Perché non ha senso disquisire dell’uccisione di un morto.
Ma Eluana era morta? È stato mai accertato questo?
Certo, se Eluana fosse stata morta la questione si sarebbe imitata alla domanda: che senso ha avuto far vegetare per anni il corpo di una persona che non c’era più? Se però Eluana fosse stata viva allora ecco che tutte le laceranti questioni del caso avrebbero avuto la loro ragion d’essere.
Ammettiamo dunque l’ipotesi di Eluana viva. In questo caso Eluana è stata “lasciata morire” o è stata “fatta morire”?
Molti italiani hanno gridato, implorato, suggerito, ordinato: “lasciate libera Eluana”, “lasciate che Eluana muoia”. Dunque la ritenevano viva e ritenevano anche di volerla libera dalla sua stessa vita. Per “lasciar morire” Eluana era necessario che si interrompessero le terapie vitali, ossia le pratiche che mantengono in vita il corpo e senza le quali il corpo non avrebbe più potuto vivere. In realtà, com’è noto, non sono state interrotte le somministrazioni dei farmaci, ma quelle degli alimenti.
Ora è evidente che se interrompiamo a qualcuno, chiunque egli sia, se posto in condizioni di inabilità, anche temporanea, la somministrazione di cibo e di acqua, egli è destinato a morire in breve tempo. Ma è “lasciato morire” o è “fatto morire”?
L’abbandono di un anziano, per esempio, che sia incapace e allettato, lasciato per giorni senza mangiare, equivale ad un “lasciarlo morire” di morte naturale, o è un omicidio? La domanda vale anche per un neonato, o per un qualsiasi malato adulto che si trovi, anche solo temporaneamente, incapace di muoversi dal letto.
Pur mantenendo il caso di Eluana nel suo contesto specifico, e ritenendolo cioè quello di una persona incapace, per un tempo indeterminato e prolungato, di provvedere a se stessa, la questione è di fondamentale importanza. Se Eluana è stata “fatta morire” allora siamo davanti ad un caso di eutanasia o di suicidio assistito, oppure di omicidio bello e buono.
Se invece Eluana è stata “lasciata morire”, allora è necessario capire quali siano i confini del caso in cui sia possibile “lasciar morire” una persona. Chi può decidere di lasciar morire qualcuno, per quali motivi lo può fare, e a quali condizioni?
Molti degli italiani che hanno approvato la morte di Eluana, lo hanno fatto convinti che una vita così non sia degna di essere vissuta.
Questo è un tema molto frequente e molto delicato. Gli italiani distinguono la vita in due categorie: quella degna di essere vissuta e quella indegna di essere vissuta. È una distinzione suggerita dalle rifuggevoli condizioni in cui molti individui si trovano. Una condizione che accomuna tanti disabili, tanti anziani, e tanti malati terminali. Ma la non desiderabilità di una specifica condizione di vita è una buona misura per valutare la dignità di una vita? E in ogni caso, chi deve poter decidere sulla dignità di una vita? E quando essa è indegna? È degna, per esempio, la vita del pedofilo stupratore, dell’assassino, del terrorista, del mafioso? È degna la vita del malato terminale? Insomma chi decide, qual è il soggetto valutante? E quali sono i criteri?
E se viene stabilita l’indegnità di quella vita, è davvero lecito lasciarla morire di fame e di sete?
Ora immaginiamo che Eluana sia stata “fatta morire”. In questo caso è bene ricordare che ciò è contrario all’ordinamento giuridico italiano che, infatti, non ammette l’omicidio neppure come pena capitale per i criminali.
Sempre in questo caso medici e infermieri si sarebbero prestati ad una pratica del tutto contraria alla loro etica professionale: l’uccisione di una persona. Ciò apre nuovi inquietanti orizzonti.
Qualcuno potrebbe vedere un’analogia tra l’interruzione della vita di Eluana e la pratica dell’aborto che in Italia è legale. In effetti c’è: anche nell’aborto, infatti, oggi chiamato “interruzione volontaria della gravidanza”, vi è la soppressione intenzionale di una vita umana, e ad essa cui collaborano in piena legalità medici ed infermieri. Tuttavia l’uccisione del feto avviene in un quadro normativo che non ne riconosce punto la dignità di persona umana, ma lo ritiene alla stregua di una parte del corpo, asportabile, della madre. Il caso di Eluana però è diverso, Eluana era una persona riconosciuta dallo stato, tant’è che ad Eluana fu nominato un tutore legale, lo stesso padre che poi ne richiese la morte.
Si apre una finestrella logica: può un tutore chiedere la morte del suo tutelato? La chiudiamo subito.
Quel che è certo è che il caso di Eluana è davvero importante, pieno di ombre, e non può sparire nel silenzio, come certi vorrebbero, perché contiene in nuce troppe complicate conseguenze per la vita futura del nostro Paese.
Il caso di Eluana Englaro è diventato un simbolo, e un simbolo è una cosa che da ogni parte lo si guardi, manda di sé luci ed ombre sempre differenti. Un simbolo è un oggetto che ha molte dimensioni e molte appartenenze.
Il caso di Eluana è servito e ancora serve, nella sua drammaticità, da punto di snodo per tante importanti riflessioni sul vivere e sul morire. Mi limito qui a pochi spunti, quasi casuali.
Parto da un fatto: Eluana è morta perché privata del cibo e dell’acqua.
Si affaccia per prima una questione: Eluana è morta adesso nel 2009, o era già morta allora, subito dopo l’incidente avvenuto diversi anni fa? Non sembrerebbe nemmeno una questione da porsi, eppure tanti italiani hanno dimostrato, in verità, di possedere poca chiarezza avere proprio in merito a questo punto. Che purtroppo non è un punto da poco. Infatti, per molti italiani Eluana era già morta da tempo, da diciassette anni. Proprio per questo, i convinti della morte di Eluana hanno perorato, più che per lei per i suoi familiari, l’interruzione di un inutile accanimento terapeutico e la sepoltura del cadavere.
In effetti, se Eluana fosse “morta” davvero al tempo dell’incidente e se quindi di lei non fosse rimasto niente più che un corpo, pur dotato di qualche residua funzione vitale, molte delle domande e delle obiezioni sollevate dalle estreme posizioni cadrebbero, prive di senso. Perché non ha senso disquisire dell’uccisione di un morto.
Ma Eluana era morta? È stato mai accertato questo?
Certo, se Eluana fosse stata morta la questione si sarebbe imitata alla domanda: che senso ha avuto far vegetare per anni il corpo di una persona che non c’era più? Se però Eluana fosse stata viva allora ecco che tutte le laceranti questioni del caso avrebbero avuto la loro ragion d’essere.
Ammettiamo dunque l’ipotesi di Eluana viva. In questo caso Eluana è stata “lasciata morire” o è stata “fatta morire”?
Molti italiani hanno gridato, implorato, suggerito, ordinato: “lasciate libera Eluana”, “lasciate che Eluana muoia”. Dunque la ritenevano viva e ritenevano anche di volerla libera dalla sua stessa vita. Per “lasciar morire” Eluana era necessario che si interrompessero le terapie vitali, ossia le pratiche che mantengono in vita il corpo e senza le quali il corpo non avrebbe più potuto vivere. In realtà, com’è noto, non sono state interrotte le somministrazioni dei farmaci, ma quelle degli alimenti.
Ora è evidente che se interrompiamo a qualcuno, chiunque egli sia, se posto in condizioni di inabilità, anche temporanea, la somministrazione di cibo e di acqua, egli è destinato a morire in breve tempo. Ma è “lasciato morire” o è “fatto morire”?
L’abbandono di un anziano, per esempio, che sia incapace e allettato, lasciato per giorni senza mangiare, equivale ad un “lasciarlo morire” di morte naturale, o è un omicidio? La domanda vale anche per un neonato, o per un qualsiasi malato adulto che si trovi, anche solo temporaneamente, incapace di muoversi dal letto.
Pur mantenendo il caso di Eluana nel suo contesto specifico, e ritenendolo cioè quello di una persona incapace, per un tempo indeterminato e prolungato, di provvedere a se stessa, la questione è di fondamentale importanza. Se Eluana è stata “fatta morire” allora siamo davanti ad un caso di eutanasia o di suicidio assistito, oppure di omicidio bello e buono.
Se invece Eluana è stata “lasciata morire”, allora è necessario capire quali siano i confini del caso in cui sia possibile “lasciar morire” una persona. Chi può decidere di lasciar morire qualcuno, per quali motivi lo può fare, e a quali condizioni?
Molti degli italiani che hanno approvato la morte di Eluana, lo hanno fatto convinti che una vita così non sia degna di essere vissuta.
Questo è un tema molto frequente e molto delicato. Gli italiani distinguono la vita in due categorie: quella degna di essere vissuta e quella indegna di essere vissuta. È una distinzione suggerita dalle rifuggevoli condizioni in cui molti individui si trovano. Una condizione che accomuna tanti disabili, tanti anziani, e tanti malati terminali. Ma la non desiderabilità di una specifica condizione di vita è una buona misura per valutare la dignità di una vita? E in ogni caso, chi deve poter decidere sulla dignità di una vita? E quando essa è indegna? È degna, per esempio, la vita del pedofilo stupratore, dell’assassino, del terrorista, del mafioso? È degna la vita del malato terminale? Insomma chi decide, qual è il soggetto valutante? E quali sono i criteri?
E se viene stabilita l’indegnità di quella vita, è davvero lecito lasciarla morire di fame e di sete?
Ora immaginiamo che Eluana sia stata “fatta morire”. In questo caso è bene ricordare che ciò è contrario all’ordinamento giuridico italiano che, infatti, non ammette l’omicidio neppure come pena capitale per i criminali.
Sempre in questo caso medici e infermieri si sarebbero prestati ad una pratica del tutto contraria alla loro etica professionale: l’uccisione di una persona. Ciò apre nuovi inquietanti orizzonti.
Qualcuno potrebbe vedere un’analogia tra l’interruzione della vita di Eluana e la pratica dell’aborto che in Italia è legale. In effetti c’è: anche nell’aborto, infatti, oggi chiamato “interruzione volontaria della gravidanza”, vi è la soppressione intenzionale di una vita umana, e ad essa cui collaborano in piena legalità medici ed infermieri. Tuttavia l’uccisione del feto avviene in un quadro normativo che non ne riconosce punto la dignità di persona umana, ma lo ritiene alla stregua di una parte del corpo, asportabile, della madre. Il caso di Eluana però è diverso, Eluana era una persona riconosciuta dallo stato, tant’è che ad Eluana fu nominato un tutore legale, lo stesso padre che poi ne richiese la morte.
Si apre una finestrella logica: può un tutore chiedere la morte del suo tutelato? La chiudiamo subito.
Quel che è certo è che il caso di Eluana è davvero importante, pieno di ombre, e non può sparire nel silenzio, come certi vorrebbero, perché contiene in nuce troppe complicate conseguenze per la vita futura del nostro Paese.
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