domenica 4 dicembre 2016

L'Italia ha detto No

L'Italia ha detto No...
E adesso? Ci dobbiamo attendere uno scenario da fine del mondo adesso che gli italiani hanno scelto di dire di No alla riforma renzista della Costituzione? Lo stesso orribile scenario che ha fatto seguito alla Brexit e all'elezione di Trump alla Casa Bianca?
Perchè anche qui in Italia come in Inghilterra e negli Stati Uniti è accaduto qualche cosa che doveva essere totalmente inatteso lassù nei alti salotti degli arconti, negli attici dei palazzi finanziari: il popolo non è caduto neppure in Italia nella trappola tesa dalle lobbie economiche e finaziarie. Per quanto incredibile questo è il fatto.

Dopo la privatizzazione della risorsa idrica che fu bloccata dal popolo con un referendum ancora una volta un referendum blocca un progetto di oligarchizzazione definitiva degli stati occidentali. 
La dittatura di argilla morbida cangiante adattabile stenta tuttavia a decollare. 
Che cosa sta accadendo? Forse che i popoli occidentali cominciano ad aprire gli occhi sul mondo? Forse che cominciano a ribellarsi con le armi della democrazia?
E che faranno ora gli arconti nei loro laboratori? Cambieranno tattica e ricetta? Cambieranno ancora una volta il prestafaccia? Modellerano una nuova creatura dopo il Renzi che ha fallito?
Quel che è certo è che chi ha messo Napolitano, Prodi, Monti, Letta e Renzi al governo della Repubblica Italiana oggi, 4 dicembre 2016, ha ricevuto uno stop dal quasi il 60% dei cittadini italiani; ma è altrettanto certo che non rinuncerà per questo al suo progetto, sapendo di poter contare su un buon 40% di seguaci sparsi nel Paese. Gente che ha creduto, e che crede ancora all'inganno della riforma renzista, gente a cui affiderà il compito di dimostrare che la democrazia italiana fa acqua da tutte le parti e che per questo va presto spazzata via. 
Il popolo italiano, ha invece il compito di sostenere lo stato democratico, di impedirne la privatizzazione, di fermare il verme solitario che lo ha infestato nel ventre. Sostenendo, per esempio, fin da subito una nuova legge elettorale, una legge che dia alla Repubblica un parlamento davvero rappresentativo del suo popolo sovrano. 
Io credo, ma è solo la mia peronalissima opinione, che l'Italia debba tornare al sistema elettorale proporzionale e che debba avviarsi con decisione sulla strada del federalismo. Che debba prendere le distanze da un'Europa ormai visibilmente ammalata di lobbismo e che anzi ne sia buona riformatrice. 
E' la cultura politica e prima di essa la cultura morale che deve cambiare nel nostro Paese. 
E allora buona democrazia a tutti.

sabato 15 ottobre 2016

Osservazioni sulla Riforma della Costituzione

Alcune ragioni per votare NO al referendum del 4 dicembre 2016 sulla modifica della costituzione italiana.






 

Votare No significa essere contrari al cambiamento?

No! 
Votare No significa semmai essere contrari al cambiamento della Costituzione così come esso è stato disegnato con questa specifica riforma
E' da stupidi scegliere un cambiamento se questo è peggiorativo rispetto alle cose esistenti
Prima di assumere un dato farmaco è bene essere ragionevolmente sicuri che non abbia a nuocere più dello stesso male che si vorrebbe curare. E prima di gettare un liquido per spegnere un incendio è bene assicurarsi che esso non sia della benzina.
Votare No può significare, al contrario, la possibilità di avviare in tempi brevi l'iter per una riforma costituzionale migliorativa e condivisa in modo ampio. In senso federalista, per esempio.


Votare No significa essere inconsapevoli dei problemi del Paese?

No! 
Votare No significa soltanto ritenere che i problemi del Paese non vadano risolti nella direzione prospettata dai proponenti della riforma, ma in direzioni diverse. Direzioni sulle quali è bene riaprire il dibattito in modo più partecipato e costruttivo di quanto non sia avvenuto in questo caso. 
Molti dei problemi che ha il nostro Paese, per i quali si propone la riforma con una soluzione efficace, troverebbero invece una conferma e un aggravamento a causa della riforma stessa e tanto che curarli poi con i mezzi ordinari di uno stato democratico diventerebbe praticamente impossibile.

Votare No significa non conoscere il testo della riforma?

No, tutt'altro.
Votare No non vuol affatto dire ignorare il testo della riforma, così come votare Sì non vuol certo dire conoscerlo o averlo letto. Votare No vuol dire, piuttosto, aver capito che la riforma è peggiorativa dei mali che ha l'Italia. Oppure diffidare di un cambiamento non convincente, oppure ancora diffidare, magari anche a buona ragione, di chi propone questo cambiamento.


Votare No significa far cadere il governo Renzi?

No! Non di per sè.
Il No del 4 dicembre è rivolto allo stretto quesito referendario, non è quindi un No all'attuale governo di Renzi.  
Certo però non si può negare che un No al referendum abbia anche un senso accessorio: è chiaro che un gruppo parlamentare che ha costruito una tale rifoma, così pasticciata e così pericolosa per il Paese, con il No deve prendere atto di non meritare più la necessaria fiducia degli elettori. Dunque, se di per sè  è scorretto affermare che votare No il 4 dicembre sia solo un modo per far cadere il Governo e andare a nuove elezioni, è pur vero tuttavia che lo stesso No esprimerebbe in modo incontestabile la sfiducia del popolo italiano nei confronti dell'attuale maggioranza e del suo esecutivo, e che per questo si necessario tornare alle elezioni.

Il bicameralismo perfetto è un serio problema per il buon funzionamento dello stato?

No!  
Il bicameralismo perfetto della Repubblica Italiana è accusato di rendere lunga e difficile la produzione delle leggi e di ostacolare il buon funzionamento dello stato. 
In realtà il Parlamento italiano ha dimostrato di essere piuttosto celere nell'approvare le norme, quando esse sono davvero volute dalla maggioranza politica. Basti pensare che la modifica costituzionale sul pareggio di bilancio (modifica dell’articolo 81) ha richiesto meno di quattro mesi di iter parlamentare. 
L'alta produttività legislativa italiana è, inoltre, dimostrata da fatto che il nostro Paese possiede e produce più norme di qualunque altro in Occidente.


Con la riforma si elimina il bicameralismo?

No!
Non si elimina il bicameralismo, semplicemente lo si trasforma da bicameralismo perfetto (cioè perfettamente simmetrico fra le camere che hanno gli stessi poteri e le stesse funzioni) in bicameralismo imperfetto, cioè asimmetrico, con una ramo parlamentare principale (la Camera dei Deputati) ed uno minore (il Senato degli Enti Territoriali). 
Il Senato, infatti, pure se snaturato e reso maggiormente complesso sia per composizione che per funzionamento, rimane al suo posto. Le due Camere continuano come prima a legiferare insieme su molte materie, anche se a ben vedere lo fanno in modo molto più confuso e molto più complicato, come si capisce dal riformato articolo 70, tanto complicato da far prevedere una maggior conflittualità fra i due rami parlamentari e fra lo Stato centrale e le Regioni.  

E' pur vero che il nuovo Senato non vota più la fiducia all'esecutivo, cioè non ha più un controllo diretto sul Governo, ma ha un potere di «richiamo» delle leggi e deve essere consultato su materie di vitale importanza per il Governo, come la legge di bilancio. 


Con la riforma sarà più facile e rapido fare le leggi?

No!
Il procedimento legislativo, regolato dall'articolo 70, oggi ha oggi solo 4 "strade percorribili" per costruire le leggi; nel nuovo articolo 70 descritto nella riforma se ne prevedono addirittura da 8 a 10: dunque un numero più che doppio di possibili percorsi. La qual cosa non può che indurre a maggiori conflitti su quale sia quello più corretto da attuare
Anche dall’abolizione delle cosiddette "materie concorrenti" c'è da aspettarsi un deciso aumento dei conflitti (e dei conseguenti ricorsi) fra Stato e Regioni. 

Il citato articolo 70, relativo appunto al procedimento per l'approvazione delle leggi, oggi composto di sole nove parole, nella Costituzione riformata occuperebbe invece un'intera pagina tanto è lungo e complicato. Molti costituzionalisti lo hanno definito senza mezzi termini "un articolo di difficile lettura" anche per esperti di diritto. Non è una buona premessa per la pretesa semplificazione dello stato.

Con la riforma si garantisce il controllo dei cittadini sullo stato e sui politici?

No!
Il senato non sarebbe più elettivo, e dunque ben 315 rappresentanti eletti dai cittadini non esisterebbero più. O, volendo guardare la cosa da un altro punto di vista, i cittadini avrebbero ben 315 loro rappresentanti in meno per decidere sul bene di tutti. Se del risparmio economico che deriverebbe da tale diminuzione si può anche (separatamente) discutere, è però indiscutibile che i pochi parlamentari eletti (i deputati) si ritroverebbero nelle mani un potere di molto maggiore rispetto a quello attuale, e che diminuirebbe enormemente il peso di ciascun elettore nei confronti del suo rappresentante. 
Si noti bene che i cento senatori rimasti conserveranno comunque ampi poteri sul governo e sulle leggi, senza tuttavia avere alle spalle nè un'elezione diretta dei cittadini, nè una qualche forma di mandato popolare e neppure un vincolo di mandato territoriale da rispettare. In altre parole, i senatori sarebbero molto meno controllabili di quello che non sono oggi. Il che è tutto dire! 
Il vincolo del mandato territoriale obbligherebbe almeno i senatori a rappresentare i loro territori di provenienza, in modo da diventarne sostanzialmente dei portavoce e da garantirne gli interessi, ma tale vincolo di mandato è ancora espressamente proibito dalla stessa riforma.
Inoltre, parlando di democrazia, la riforma costituzionale non può prescindere dalla vigente legge elettorale. 
Con la legge attuale per esempio (l'Italicum), una lista che superi il 40% al primo turno ottiene il cosiddetto "premio di maggioranza"; quel 40% reale è potenziato ed aumentato tecnicamente tanto da trasformarlo per magia ed artificio in una sorta "maggioranza virtuale", una maggioranza che il Paese e il suo elettorato non hanno in verità mai votato. Peggio ancora: chi vince al ballottaggio, anche per un voto solo, governa grazie ad un autentico "premio di minoranza". In altre parole: una ristretta minoranza può contare in parlamento su un numero di parlamentari pari a quello che avrebbe avuto se davvero avesse ricevuto un ampio consenso popolare e, in virtù di quel numero falsato, imposessarsi di tutti i poteri dello stato. Alla faccia della democrazia.
In una tale situazione non è garantito neppure l'equilibrio fra i poteri costituzionali, poiché gli organi di garanzia dello stato (Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale) si trovano condizionati pesantemente da una maggioranza politica che è falsa e artificiosa, ma che è legittimata a comandare, essendo stata costruita con il "premio" di cui sopra.


Con la riforma il lavoro legislativo torna ad essere la prerogativa del Parlamento a garanzia dei cittadini?

No!
Mentre è prevista una "data certa" per l'approvazione dei disegni di legge governativi, ritenuti evidentemente prioritari, per le leggi di iniziativa parlamentare il tempo si fa incerto. Buona cosa, se pensiamo che le leggi non vanno sbrigate in fretta, ma vien da sè che il Governo, organo esecutivo e non legislativo, abbia tutte le possibilità di monopolizzare l'attività legislativa che invece spetta di per sè al Parlamento. La cosa è già in atto da diverso tempo: il Parlamento, infatti, da molti anni e su molti temi non fa che "inseguire" le attività legislative dichiarate "urgenti" del governo, ratificando o concedendo la fiducia all'esecutivo senza concretamente aver potuto discutere nel merito e nella forma le leggi del Paese. La presente riforma non fa che sigillare e confermare questa particolare anomalia antidemocratica.


Con la riforma si amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini?

No!
La riforma porta da 50.000 a 150.000 le firme necessarie per presentare i disegni di legge di iniziativa popolare. In pratica si triplica la difficoltà che hanno cittadini a proporre delle leggi al Parlamento. Più difficile anche richiedere un referendum abrogativo per il quale le firme richieste aumentano da 500 mila a 800 mila.
Sulla possibilità di effettuare dei referendum propositivi è poi nebbia assoluta: a parte l'annuncio che si trova nel testo della riforma, non si leggono i dettagli essenziali che occorrono per capire se si tratti solo di una "pia intenzione" o di qualche cosa di più concreto di cui ragionare.



Con la riforma diminuiscono davvero i costi della politica?

No!
Non in modo serio almeno, e non in modo debitamente proporzionato con ciò che si perde sotto il profilo della funzionalità e della democraticità dello stato. In sostanza il gioco non vale la candela. 
I costi del Senato, per esempio, sono ridotti appena di un quinto, circa 50 milioni di euro per ogni esercizio annuale, questo perchè l'intero "palazzo" senatorio permane e permane intatto ovviamante il suo funzionamento. Il risparmio di circa una cinquantina di milioni è davvero una cifra irrisoria se pensiamo che per il solo "Patto per Firenze", Matteo Renzi, ex sindaco di quella città, ha annunciato un impegno dello stato di 2,2 miliardi da impiegare in opere pubbliche.
C'è chi dice che si sarebbe piuttosto potuto intervenire sui ben 630 deputati che non sui senatori che sono molti di meno. O che sarebbe bastato diminuire i vitalizi o le indennità del 10% o gli sprechi dei palazzi che sono sempre altissimi ed incontrollati.
A parte la voce "Senato" si fa fatica a trovare nella Riforma un reale motivo di risparmio sui costi della politica. E' peraltro sufficiente che ai deputati sia riconosciuto negli anni a venire un certo aumento di indennità o un nuovo beneficio accessorio o una maggiorazione del vitalizio per azzerare ogni risparmio ottenuto con la riforna del Senato, e stiamo pur certi che questo avverrà quanto prima.



Con la riforma saranno più responsabili i territori e più garantite  le autonomie?

No!
La riforma è fatta apposta per aumentare i poteri dello stato centrale a danno delle autonomie locali che vengono caricate di responsabilità, ma private di mezzi finanziari e di prerogative.
E' bene ricordare come la spesa pubblica di Regioni ed Enti Locali sia andata diminuendo in questi anni e in modo esponenziale, mentre, allo stesso tempo, lo stato centrale abbia aumentato a dismisura le proprie spese. A questo stato centrale sprecone e dissennato la riforma consegnerebbe maggiori risorse e maggiori poteri.
La riforma abbassa le Regioni tutte allo stesso livello: quelle virtuose come quelle tradizionalmente malgovernate, confermando, tuttavia, i privilegi delle sole Regioni e delle sole Provincie a statuto speciale, anche i privilegi straordinari di una Sicilia che nella storia ha ampiamente dimostrato di fare un pessimo uso della propria autonomia, a danno di tutti i cittadini italiani.
La diminuzione delle autonomie regionali (cosa già vista nella storia italiana) non potrà che favorire il ritorno del vecchio ingiusto assistenzialismo per i territori meno virtuosi, i cui costi gravosi saranno come sempre caricati sulle spalle dei cittadini e dei territori più operosi e meglio governati. In altre parole si prevede il ritorno di quel  centralismo burocratico che già si dimostrò fallimentare ed ingiusto dalla nascita dello stato italiano fino agli anni ottanta. 
Con la riforma, insomma, si mette al riparo chi peggio governa e chi meno lavora, confermando il vizio tutto italiano di deresponsabilizzare gli irresponsabili e di punire i cittadini virtuosi.
Ad aggravare la cosa un altro fatto: con la riforma si prevede che il governo centrale abbia  facoltà di intervenire su tutto il territorio italiano (fatte salve le autonomie speciali di cui sopra) imponendo alle comunità locali delle opere anche particolarmente impattanti, sotto l'etichetta pretestuosa del "prevalente interesse nazionale".



Con la riforma si garantisce la sovranità nazionale?

No!
La sovranità nazionale e popolare, ossia il potere del popolo italiano di determinare  le proprie leggi da se stesso in modo libero ed autonomo è già ad oggi un fatto più teorico che reale, ridotta com'è, tale sovranità, e compressa da una pletora di trattati internazionali che costringono lo stato a legiferare entro determinati confini prestabiliti. Non solo i trattati riducono di molto la sovranità italiana, ma, com'è noto, la riduce soprattutto l'appartenenza del Bel Paese all'Unione Europea. A ridurre la possibilità di un ritorno all'indipendenza degli italiani su modello inglese la riforma renziana dispone un nuovo articolo 117 che recita come segue:

"1. La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle
Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli
derivanti dall'ordinamento dell’Unione europea e dagli
obblighi internazionali.
"

Con questo articolo è di fatto sancita l'impossibilità di uscire dall'Unione Europea senza che vi sia prima una modifica della costituzione. In altre parole viene sigillata la dipendenza dello stato italiano dalla UE.




La riforma è ampiamente condivisa dagli italiani?

No!
Anzi, secondo i sondaggi, ma anche secondo la comune percezione dell'uomo della strada, la riforma divide sostanzialmente in due parti gli italiani e crea nel Paese una frattura piuttosto pericolosa, una frattura che vagamente ricorda quella fra i guelfi e i ghibellini che lacerò l'Italia medioevale.  
Bisogna ammettere che una riforma della Costituzione che non convinca una larga larghissima parte della cittadinanza è già di per sè fallimentare, essendo una pericolosa forzatura antidemocratica. In mancanza della necessaria condivisione non vi sarebbero che due strade da percorrere con saggezza: o quella di ritirare il testo riformato per riavviare il dialogo costituente, oppure quella di votare No al referendum, per riprendere con serietà e pazienza il lavoro dal principio.

domenica 26 giugno 2016

Il classismo della sinistra borghese e la disprezzata libertà del popolo


Brutti, sporchi e cattivi,e anche scemi, servi della gleba, contadini, operai... Gentaglia, illetterata che puzza di letame e di sudore, magari butterati, verrucosi trogloditi ignoranti. Mangiatori di patate gallesi ed irlandesi, strabevuti scozzesi zuppi di birra e di wiskey scadente.
E poi vecchi bavosi, dementi, sciancati, impauriti dal futuro, dai temporali e dal progresso, perfino dalla pentola a pressione, dal sapone e dalle biro... 
Così li descrivono i signori dell'Intelligencija delle sinistre salottiere di tutta Europa quegli inglesi che hanno votato per l'uscita del Regno Unito dallUnione Europea.
Al contrario ecco quelli che hanno votato per il Bremain, per la permanenza del UK in Unione: sono belli, giovani londinesi, ragazzi multicolori delle metropoli (non delle sudice periferie, per carità!) positivi, simpatici, sagaci, dal sorriso intelligente ed ottimista dall'aria vagamente socialista, ed ostentano sempre uno sguardo dritto e aperto sul futuro. Sono tutti ragazzi pieni di know how, laureati, ovvio, con i master ed i tablet nelle tasche, che sanno di smartphone, di selfie, di connecting peoples, che vivono nei social, e fanno gli Happy hour e gli apericena col budget del loro papy....  Loro sì che hanno la mente aperta, loro sì che capiscono l'Europa, perchè loro viaggiano, loro studiano, e sanno di marketing e di comunicazione, sanno di Human Resource Management, perchè mica coltivano il radicchio loro, mica allevano le galline: sono i figli di Erasmus e delle city, sono gli svegli multietnici rampolli della società globalizzata.

Chi pensava che la sinistra intellettuale amasse il "popolo", quella cosa che i vecchi comunisti chiamavano "proletariato", ecco: è servito. La sinistra di oggi è più che mai classista e borghese, la sinistra di oggi non mostra che parole di disprezzo per la cosiddetta povera gente. E l'occasione per dichiararlo uscendo da ogni ambigiuità è stata propro offerta dal voto degli inglesi sull'Unione Europea. 


Il vecchio re Giorgio Napolitano, vero komunista della prima ora, al proposito ha dichiarato: "È stato incauto promuovere questo referendum e affidare ad un no o ad un sì problemi tanto complessi. Hanno quindi prevalso elementi emotivi" come le preoccupazioni legate al problema dell'immigrazione. "È un colpo molto duro con elementi di destabilizzazione economica e politica". Napolitano ha contestato la tesi che il referendum rappresenti di per sé un momento di democrazia: "La democrazia, innanzitutto, e la Gran Bretagna ce lo ha insegnato già da secoli, è il popolo che si esprime anche affidando ai rappresentanti le scelte e le decisioni. Sono i Parlamenti eletti che lavorano sotto il controllo dell'opinione pubblica. I referendum sono strumenti e nella nostra Costituzione non possono essere convocati sui trattati internazionali, perché temi così complessi non possono essere affidati ad un voto superficiale e impulsivo".
Radio anch'io, Radiorai
Come dire elegantemente che il popolo non va interrogato sulle cose che davvero contano.

Mario Monti, burocrate e oligarca al soldo della finanza:  "Cameron ha compiuto un abuso di democrazia. Il referendum è stato convocato non per l'interesse generale dell'Ue o del Regno Unito o anche del Partito Conservatore, ma nell'interesse proprio all'interno del Partito Conservatore. Un uso egoistico dello strumento democratico che gli è esploso in mano, gli ha fatto perdere tutto, come è giusto".  "Ci vuole più serietà tra le autorità nazionali e quelle europee. Cameron ha fatto in massimo grado ciò che fanno altri capi di governo: stanno in Europa pensando ai sondaggi e alle questioni interne, ma così l'Europa si spacca". "Oggi nessun Parlamento nazionale è in grado di decidere per il bene del proprio Paese su questioni che richiedono la cooperazione internazionale. Su questo ci sono anche dei miti".
 Radio anch'io, Radiorai

Roberto Saviano, narratore ambiguo della camorra: "Ha vinto il Popolo. Il Popolo che plaudiva quando nel '41 veniva mandato al confino l'antifascista Spinelli"."Me lo ricordo il Popolo, nel 1938, acclamare Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia - ha sottolineato -. Me lo ricordo il Popolo inebriato, esaltato, per la dichiarazione di guerra. Me lo ricordo il Popolo asservito, quasi isterico, al cospetto di ogni malfattore che abbia condotto l'Europa sull'orlo baratro. Me lo ricordo poi il Popolo che plaudiva quando al confino nel 1941 veniva mandato Altiero Spinelli, perché antifascista. A Ventotene, Spinelli, detenuto insieme a Ernesto Rossi e a Eugenio Colorni scrisse 'Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto'. Quindi, a ben vedere, siamo sicuri che oggi il Popolo abbia vinto davvero?". Sempre su Twitter ha aggiunto: "Quanta miopia nei leader europei che personalizzano la politica. Brexit sta a Cameron come il referendum costituzionale sta a Renzi".
Twitter rimandando a un post sul proprio sito
E beppe Savergnini, l'uomo la cui faccia è uno scherzo della natura: "La Decrepita Alleanza ha vinto. Ha preferito il passato al futuro, i ricordi ai sogni, l’illusione al buon senso. Ne fanno parte i «little Englanders» di provincia e di campagna; i cittadini meno istruiti, su cui le informazioni scivolano come l’acqua sulle piume dei pellicani di St James’s Park; i nostalgici di ogni età, incapaci di rassegnarsi a un’evidenza. Questa: la Gran Bretagna, da tempo, è grande solo di nome. È un Paese normale capace di imprese ammirevoli. Brexit non è tra queste, purtroppo.Brexit sembra, prima di tutto, lo sgambetto a una generazione. Tra gli inglesi con più di 65 anni, solo il 40% ha votato per restare nell’Unione Europea (Remain). Tra i votanti fino a 34 anni, la percentuale sale al 62%. Tra ragazzi tra 18 e 24 anni, quelli favorevoli all’Europa sono il 73%. I nonni hanno deciso il futuro dei nipoti. 
Corriere della Sera

Un'Europa da rifare

L'Unione Europea si è fondamentalmente dimostrata, in questi suoi pochi decenni di vita, inemendabile, incorreggibile, insanabile. 
Il caso greco, il voto degli inglesi e le crescenti spinte eurofughe, ormai evidenti in molti paesi dell'Unione, lo stanno ampiamente dimostrando. 
Per questo, nel processo di costruzione di un'Europa unita, ci tocca quasi ripartire da zero, ci tocca rifare il cammino quasi come se l'Unione Europea attuale non esistesse affatto. 

Si deve ripartire prima di tutto da un progetto nuovo di Europa, un progetto che sia diverso, e che stavolta immagini il realizzarsi di un'Europa federalista, compiutamente e affidabilmente autonomista
Una federazione Europea che al centro di ogni sua azione ed intenzione politica sappia e voglia porre le sue comunità, gli interessi e i valori umani, sia individuali sia comunitari, dei cittadini, partendo non già dai mercati o dagli stati nazionali, ma dalle regioni, dai popoli e dalle nazioni.

L'Europa che si deve immaginare adesso dev'essere finalmente rispettosa dei suoi cittadini, della loro concreta volontà, dei loro bisogni, posponendovi quegli interessi che oggi appaiono sovrani, cioè quelli dei cosiddetti "mercati" internazionali e delle lobbie finanziarie, così come quelli delle piccole, ancorchè potenti, congreghe degli oligarchi.

L'Europa che si deve immaginare è un'Europa che si fondi sulle sovranità popolari, sovranità realmente e non solo teroricamente esercitate; per questo la Federazione Europea deve imparare ad operare anche rinunciando a quei trattati internazionali che di fatto annullano le volontà dei popoli, intappolandole in ragnatele normative inderogabili, e perciò stesso mortali e tiranniche. 

Serve un'Europa che non sia omologante, che non sia volta, cioè, a livellare le sue tante anime e a impapocchiarle in un'eurocultura frullata, senza volto e senza storia; un'Europa che, al contrario, si faccia tutrice e coltivatrice delle sue mille anime e dei suoi mille volti, promuevendo le diversità non in senso folklorico ed estetico, ma in senso pieno e compiuto

Serve soprattutto immaginare un'Europa che non disconosca, mentendo a se stessa e al mondo intero, le sue origini, e che dichiari con onestà intellettuale, ciò che invece oggi ostinatamente nega, ossia che l'unica vera cultura che abbia unificato e identificato, già fin dal medioevo, ciò che oggi è chiamato Europa, è la cultura cristiana.

Ciò che serve, insomma, è un'Europa che sia l'esatto contrario dell'UE che oggi abbiamo.
 
Nel 1951, la Germania Ovest, la Francia, l'Italia e gli Stati del Benelux istituiscono la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, che entra in vigore nel 1952. Con il Trattato di Roma del 1957 è istituita, come prima unione doganale fra paesi europei, la Comunità Economica Europea. 
La formazione dell'UE con il nome attuale risale al 7 febbraio 1992 col trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1º novembre 1993; oggi l'Unione europea è un'unione economica e politica tra 28 paesi del continente.

Le istituzioni dell'UE in sintesi


Il Parlamento europeo è l'unico organo elettivo dell’UE;   è l'organo legislativo ed ha inoltre competenze di vigilanza e di bilancio; è composto da 751 deputati eletti a suffragio universale diretto da tutti i cittadini dell'Unione ogni cinque anni, compreso il presidente che per prassi rimane in carica due anni e mezzo. Ogni singolo Stato stabilisce in autonomia le modalità di svolgimento delle elezioni e il metodo di ripartizione dei seggi. 
Condivide il potere legislativo insieme al Consiglio dell'Unione europea, con funzioni simili a quelle di una "camera bassa" (camera dei deputati);
Presidente: Martin Schulz
Anno di istituzione: 1952 quale Assemblea comune della Comunità europea del carbone e dell’acciaio; 1962 quale Parlamento europeo, con le prime elezioni dirette nel 1979
Sede:
Ai sensi del Trattato ha sede a Strasburgo, città della Francia, ma svolge i suoi lavori anche a Bruxelles (dove si trova un altro emiciclo) e a Lussemburgo (sede del segretariato).


Il Consiglio europeo definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione europea; non è un organo eletto dai cittadini, ma comprende un rappresentante per ogni stato: il Capo di Stato (se si tratta di repubbliche semipresidenziali o presidenziali) o quello di Governo (se si tratta di monarchie o repubbliche parlamentari). I capi di Stato e di governo sono assistiti dai ministri degli esteri e da un membro della Commissione, con sede a Bruxelles. Il Presidente, nominato dal Consiglio europeo stesso, dura in carica due anni e mezzo. Ha la funzione di dare un indirizzo generale alle politiche europee; sono membri i capi di Stato o di governo dei Paesi membri, il presidente della Commissione europea, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
Presidente: Donald Tusk
Anno di istituzione: 1974 (forum informale), 1992 (status ufficiale), 2009 (istituzione ufficiale dell'UE)
Sede: Bruxelles (Belgio)




Il Consiglio dell'Unione europea (o "Consiglio dei ministri") è la voce dei governi dei paesi dell’UE, adotta gli atti normativi dell’UE e ne coordina le politiche; non è un organo eletto dai cittadini ma è formato da un rappresentante di ciascuno Stato membro a livello ministeriale che si occupa della stessa materia a livello statale (ad esempio al Consiglio dei ministri convocato per urgenza economica parteciperanno tutti i ministri dell'economia, ambientale quelli dell'ambiente ecc.), con sede a Bruxelles. La presidenza è assegnata a uno Stato membro e ruota ogni 6 mesi. Detiene il potere legislativo insieme al Parlamento europeo, con funzioni simili a quelle di una "camera alta" (senato);
Anno di istituzione: 1958 (come Consiglio della Comunità economica europea)
Sede: Bruxelles (Belgio)


La Commissione europea rappresenta gli interessi generali dell'UE proponendo la legislazione e assicurandone il rispetto e attuando le politiche e il bilancio dell’UE; non è un organo eletto dai cittadini ma è formata da un Commissario per Stato membro, con sede a Bruxelles. Dura in carica cinque anni, compreso il Presidente: i componenti sono nominati dal Consiglio europeo, ma devono avere l'approvazione del Parlamento europeo. Dal 2014, il Presidente è democraticamente eletto dal popolo. Detiene il potere esecutivo;
promuove l’interesse generale dell’UE
Membri: un gruppo o "collegio" di commissari, uno per ciascun paese dell’UE
Presidente: Jean Claude Juncker
Anno di istituzione: 1958
Sede: Bruxelles (Belgio)