lunedì 8 dicembre 2014

Il presepe negato di ogni anno



È ormai da tempo che all'inizio di ogni Avvento parte una campagna laicista, condotta da certi insegnanti e da certi dirigenti scolastici, contro il Natale cristiano.
Non si avvedono costoro che, al di là dell'assurdità di voler negare ai bambini ogni visione cristiana del Natale in un paese dalla storia profondamente cristiana, vi è nell'atto negativo stesso una sorta di grossolana incoerenza.
Negando il presepe e i canti religiosi si nega il Natale fin dalla sua stessa radice, si nega la natura profonda e autentica del Natale, e però lo si vorrebbe salvare come festa invernale, come festa dei consumi.

Si guardano bene infatti certi presidi e certi inseganti dal voler applicare fino in fondo il proprio micropensiero laicista, dovendo giungere in tal caso alla sgradita conclusione che il Natale non debba più essere festeggiato affato, avendo infine (tolta la visione sacrale cristiana ed ogni altra possibile sacralità religiosa) ridotta la festa ad un evento privo di qualsiasi senso compiuto, che non sia quello vanamente consumistico, che in quanto tale è però poco degno di essere celebrato.

Ma come dire alle famiglie che se il natale cristiano dovrebbe essere abolito perchè non politicamente corretto, anche quello scristianizzato dovrebbe essere altrettanto abolito, perchè epressione del più grasso consumismo o, alla meglio, della più flaccida letteratura sentimentalborghese?

Abolire il natale cristiano sì, è facile, ma abolire la festa dei consumi invernali e dei buoni ipocriti sentimenti no, non lo è altrettanto: le vacanze e gli acquisti fanno comodo a tutti.

Il problema è che quel presepe è l'immagine di una famiglia, povera ma santa. Ma è soprattutto una famiglia: c'è una mamma, c'è un bambino e, ahi loro, c'è persino un papà. E' un'immagine di una povertà e di una familiarità che spaventa i pasciuti e gli ipocriti di oggi, i politicamantre corretti, i farisei del nostro tempo. I quali si nascondono, e nascondono la pochezza dei loro concetti, dietro a larghi  vaniloqui sulla laicità dello stato, dietro allo stuzzicadenti sottile dell'accoglienza dei diversi, dietro un fluente quanto inutile blà blà psicopedagogico. E danno sfoggio della loro abilità nell'arte, mai sopita, dello scalare gli specchi.

Stavolta a conquistare meritatamente gli onori della cronaca per un presepe negato ai bambini è il preside, tale Luciano Mastrorocco, dell'Istituto Comprensivo De Amicis di Bergamo.
Preside che, spaventato dall'eco del suo stesso abbaiare, si affretta a negare con un comunicato stampa il  gesto compiuto.«lo voglio ribadire a chiare lettere: IO NON HO MAI VIETATO IL PRESEPE A SCUOLA..» scrive infatti costui, usando il grassetto maiuscolo sottilineato.Poi s'infila pateticamente, per giustificare il divieto, in veri e propri labiriti verbali, pieni di frasi di circostanza che lascia al lettore di sgrovigliare, se è così bravo da risiscirci. "Provamo a sparlare in latinorum" avrà pensato il dirigente, e vediamo se così facendo ci salviamo la faccia.
Ecco il Mastrorocco tratto dal sito della sua scuola:
«io non ho mai vietato il presepe a scuola. L’indicazione condivisa all’interno dell’Istituto, negli otto anni della mia Dirigenza, va nella direzione di ciò che è opportuno, intelligente e sensato fare in una scuola pubblica plurale e inclusiva.» [...]
«La nostra comunità, quella scolastica, si avvale dell’apporto di culture, pensieri, idee, atteggiamenti, storie, tradizioni che provengono dalla complessità di un mondo aperto e dialogante.» [...]
 «Cerchiamo di pensare per potenzialità, cosa impossibile se cominciamo ad assumere i limiti delle appartenenze religiose, che hanno la loro più totale e assoluta legittimità, nella libertà di ogni famiglia di crescere ed educare i propri figli, ma che non può e non deve diventare elemento divisivo all’interno dell’Istituzione Pubblica. Tutto ciò che attiene alla vita delle persone, alla loro cultura, al loro immaginario, si incontra nella scuola, ambiente che diventa crocevia di esperienze e narrazioni le più diverse e che gli insegnanti sapientemente mettono a confronto perché l’esperienza di uno diventi patrimonio dell’altro.» [...]
«Non esiste un preteso standard di adeguatezza – normalità? - nel campo degli apprendimenti generali, sul quale andare a misurare l’eventuale distanza di ogni singolo alunno, figuriamoci se possiamo permetterci di farlo in riferimento alle convinzioni religiose delle persone.»

Totale? Dopo tanti blà blà sull'inclusione... "questo presepio non s'ha da fare!
Già, lui il Capo d'Istituto, non ha mica vietato il presepio a scuola, ha solo disposto che non sia fatto.

Un vero capolavoro di pochezza si ammira pure nell'appoggio che lo "staff" del dirigente vuol fare al suo capo.
«Lo stile del dirigente, la cultura e le pratiche del nostro Istituto non sono mai state improntate alla logica del “divieto” o della “autorizzazione”: le scelte sono state costruite attraverso la problematizzazione, la discussione e una responsabile condivisione.»
«Siamo favorevoli o contrari al “Presepio nella scuola”? Rifiutiamo una domanda semplicistica come questa che trasforma l’esperienza formativa in battaglia ideologica di basso profilo: come professionisti della scuola, ci aspetteremmo altrettanta responsabilità nei politici, nei giornalisti e in tutti coloro che vogliono portare un contributo vero ai problemi in campo discutendo gli obiettivi formativi e le metodologie che stanno alla base delle singole proposte.»

Insomma: noi, staff del dirigente, siamo favorevoli o contrari al presepio nella scuola? Col cavolo che ve lo diciamo in modo chiaro! Intanto però "Questo presepe non s'ha da fare!"

Del "caso Mastrorocco" scrive David Bidussa sul portale di cultura ebraica moked
http://moked.it/blog/2014/12/07/presepe/

…presepe

All’Istituto De Amicis di Bergamo il dirigente scolastico ha vietato il presepe in nome del rispetto delle fedi degli altri. Una scelta che indica almeno due cose: 1) il venir meno alla propria mission da parte della scuola; 2) un’idea sbagliata di laicità. Se è vero che la scuola deve essere uno dei luoghi in cui si allarga la conoscenza anche in conseguenza delle molte appartenenze culturali dei suoi iscritti allora essa deve offrire di più, non di meno. Pensare di essere laici eliminando le cose non rende più tolleranti né più disponibili verso gli altri. Rende tutti più poveri e direi, anche più soli. E nella solitudine, più intolleranti.

David Bidussa, storico sociale delle idee

(7 dicembre 2014)

Condivido a piene mani il pensero di Bidussa. E aggiungo che da qui passa la differenza che c'è fra una buona laicità dello stato, che è apertura ai diversi credo dei suoi cittadini, che si sforza di trovare il modo di integrare e condividere, e uno stolido laicismo ideologico, che al contrario è appiattimento del pensiero, annullamento di ogni credo, svuotamanto di senso della cultura e del sapere. Il secondo è certo più facile del primo, è più adatto al pensiero debole dei nostri tempi, perchè cerca di evitare i conflitti, non di affrontarli. E però, guarda caso, ne crea maldestramente di più grandi ed insanabili.

…presepe

All’Istituto De Amicis di Bergamo il dirigente scolastico ha vietato il presepe in nome del rispetto delle fedi degli altri. Una scelta che indica almeno due cose: 1) il venir meno alla propria mission da parte della scuola; 2) un’idea sbagliata di laicità. Se è vero che la scuola deve essere uno dei luoghi in cui si allarga la conoscenza anche in conseguenza delle molte appartenenze culturali dei suoi iscritti allora essa deve offrire di più, non di meno. Pensare di essere laici eliminando le cose non rende più tolleranti né più disponibili verso gli altri. Rende tutti più poveri e direi, anche più soli. E nella solitudine, più intolleranti.
David Bidussa, storico sociale delle idee
(7 dicembre 2014)
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