venerdì 28 marzo 2014

Venti di cambiamento

Difficoltà economiche generali, discredito delle istituzioni, metastasi della burocrazia centrale e periferica, stanchezza della retorica nazionalista ottocentesca. Ma come si evita oggi l'esasperazione degli animi?

Non certo aggravando l'ingessato anacronistico centralismo nazionalista, e nemmeno recitando come un mantra lo slogan del "più Europa".
Il rimedio è solo un ritorno alla democrazia, a quela vera evitando gli eccessi di democrazia, che democrazia non sono.
La retorica del Risorgimento, l'unitarismo, il garibaldinismo, non sono affatto una risposta alla febbre politica che dalla Crimea alla Scozia sta percorrendo le menti degli europei, non sono la correzione degli errori fatti dalla politica fino al secolo scorso, ne sono piuttosto i figli.
La risposta è in una "giusta" misura dei governi, in una dimensione dei territori e delle istituzioni che sia autentica e sostenibile. La risposta è il ritorno al concetto di comunità e a quello di popolo, a quei concetti che qualche "illuminato" vorrebbe far sparire dalla storia.
Concetti e dimensioni che servono per bilanciare l'eccessiva evanescenza del virtuale, che pure c'è e va accettato, e l'eccessivo allonanamento dei centri del comando, ongi anno sempre più 'imperiali', sempre più lontani e incontrollati, tanto lontani e incontrollati che il cittadino non riesce più neanche a vedere dove stiano. 

L'uomo globale, il cittadino del mondo, che è anche l'uomo di internet, di face book, di wikipedia, di twitter ha bisogno di una casa reale, ha sempre più bisogno di una casa che sia sua, non semplicemente più piccola, ma soprattutto sua
Perchè se è vero che "piccolo non sempre è bello" è anche vero che neppure "grande è sempre bello".
Ci vuole dunque, per farla breve, una dimensione umana del governare. In tutti i sensi. E quindi più autonomia, più vicinanza. E in quest'autonomia ci vuole tanta moralità e tanto senso di responsabilità da parte di chi governa, e queste sono cose che solo una politica di comunità può favorire.
In ogni caso, il politico, sia egli italiano, inglese, ucraino, europeo o russo, che insista nel voler difendere i privilegi di pochi, o l'esistente tout court, e continui pervicacemente ad usare vecchi frasari pieni di retoriche obsolete, ed incomprensibili arzigogoli giuridici, e sofismi e bizantinismi paradossali, o anche futurismi globalistici (che san già di vecchio come i quadri di Crali), non fa che buttare altra benzina sul fuoco.

giovedì 20 marzo 2014

mangia che fa schifo

Occorre proprio mangiare un topo morto per sapere che fa schifo? Non credo. A me per esempio non occorre. Io un topo morto non l'ho mai mangiato, non per questo sento il bisogno di papparmene uno prima di decidere se mi fa schifo oppure no; o prima di capire se mi farà bene alla salute o mi farà venire il colera. Io il topo incarognito non lo voglio mangiare, e non lo mangio. Punto.


Dice l'illuminato: "Ma come fai a giudicare se prima non lo assaggi? "
Rispondo al fine pensatore: "Lo giudico dall'aspetto, lo giudico dall'odore..."
Lui replica: "Sono pregiudizi questi, non si può giudicare dall'aspetto, non si può valutare dall'odore..."
Replico io: "Tu mangiati la tua pantegana e lascia che io non lo faccia."
Ecco...

Così a chi mi dice: "Come, non vai a vederti questo film? Come ti non leggi quel bel libro? Come fai a parlarne allora se non non lo vedi, se non lo leggi...? E bisogna vedere, leggere, cosare di tutto prima di farsi un'opinione...", io rispondo: "Pagalo tu il biglietto per vedere quel fimazzo! Daglieli tu i tuoi soldini per comprare quel libraccio. Io non lo fo!"

Ho i miei pregiudizi? E pazienza. Per me sono 'postgiudizi', guarda un po'.
Io la pantegana imputridita non la mangio perchè la giudico dall'aspetto e dall'odore. E parimenti faccio di certi libri, di certi film, di certi autori che proprio non voglio "assaggiare".
Ma tu, tu che sei illuminato, mangialo pure il tuo ciarpame, ingollalo tutto, e poi giudicati da te stesso l'alito che t'è venuto, e senti quanto'è diventato... sapiente!
C'è chi ama l'immodizia, e chi, come me, non la gradisce. E' libertà.

Patacche al nullo merito.

Cavalierati e cittadinanze a vanvera.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 25 novembre 2013 ha conferito l'Onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana all'avvocatessa Lucia Annibali, la donna di Pesaro che fu sfregiata con l'acido per ordine (pare) del suo ex fidanzato.
Il presidente Ciampi, se ben ricordo, aveva già trasformato in Commendatore (sic) un cantante il cui nome coniuga quello di un dio greco con quello di un noto digestivo italiano.

L'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, mi punge vaghezza ricordarlo, fu istituito con la Legge 3 marzo 1951, n. 178 (G.U. n. 73 del 30 marzo 1951).
Dice il sito della Presidenza che si tratta del «primo fra gli Ordini nazionali ed è destinato a "ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell'economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari."».
Certo, sono noti a tutti i meriti canori del Commendator Ramazzotti, senza i quali l'Italia non sarebbe ciò che è. Ma l'essere sfregiati con l'acido dal proprio ex fidanzato è un merito?! Vale un cavalierato?
E l'essere stuprata da un branco di bastardi? E l'essere rapinata? Può servire il cavalierato a risarcire la vittima dello scippo o quella della truffa? O a consolare il povero ragazzo che ha preso un pugno al bar?
Ci penseranno i prossimi Presidenti, io credo, a finire il lavoro iniziato da Napolitano.

Oggi pare che vada di moda nei municipi l'idea di concedere la "Cittadinanza Onoraria" ai bambini figli di stranieri e nati in Italia. 
In genere la "Cittadinanza Onoraria" una volta, in antico, si concedeva come riconoscimento onorifico, a chi, non essendo iscritto all'Anagrafe del Comune, si fosse distinto per una delle seguenti motivazioni:
  1. per l'esempio di una vita ispirata ai fondamentali valori umani della solidarietà, dell'amore dell'aiuto al prossimo, specialmente nei confronti dei più deboli e bisognosi;
  2. per il contributo al progresso della cultura in ogni campo del sapere ed il prestigio conseguito attraverso gli studi, l'insegnamento la ricerca e la produzione scientifica;
  3. per il personale apporto al miglioramento della qualità della vita e della convivenza sociale conseguente al generoso impegno nel lavoro, nella produzione dei beni, nelle professioni, nel commercio, nella gestione politica e amministrativa;
  4. per esemplare affezione ed interessamento verso la città e la comunità, unanimemente riconosciuti e testimoniati da opere ed iniziative finalizzate a promuovere tra i cittadini palmesi e all'estero la conoscenza e la valorizzazione della realtà socio-economica, storico-artistica e umana della loro terra.
E' evidente che se la si concede a dei neonati, che tanti meriti non devono aver maturato nella loro vita, la cosiddetta Cittadinanza Onoraria perde il suo senso .
Come possono sopravvivere le onoreficenze repubblicane se le si usano o come arieti politici per abbattere le porte del buon senso o per spianare la strada a idee italofobe o androfobe?

Mala tempora corrunt

la provetta del sacro

Il vero potere non si mostra, chi lo possiede tende a rimanere in ombra perchè il potere umano è fotosensibile, come certi prodotti che si rovinano se sono esposti alla luce del sole.
Per questo il potere si autoprotegge, nascondendosi nel cosiddetto "palazzo", creando muri difensivi attorno ad esso e sacralizzandone il giardino.
Come si scopre dov'è il palazzo del potere? Innanzitutto cercando il giardino che lo contiene e lo protegge, ovvero il sacro.

La domanda è: cos'è "sacro" oggi?
E' sacro ciò che non si può toccare, ledere, offendere senza essere soggetti all'ostracismo e alla scomunica civile.
Dunque ci si può chiedere: chi e che cosa oggi è doveroso non criticare, non offendere, non insultare? Chi e che cosa oggi è doveroso e politicamente corretto lasciare in pace? Oppure: chi può dire e fare ciò che vuole senza che nessuno sia moralmente autorizzato a sollevare obiezioni?
E quali sono le parole che non si possono lecitamente nominare, scrivere o dire pubblicamente? Quali discorsi non si possono fare pena la morte civile?

Io, ricordando le analisi di laboratorio che facevo quando studiavo chimica, provo ad applicare il concetto di reagente e di indicatore al potere sociale.
Che succede alla soluzione se in essa c'è una determinata sostanza? Succede che, inserendo quello specifico reagente, la soluzione... reagisce: si forma in essa un precipitato, il liquido si colora di una certa tinta, si sviluppa un certo odore... E' così che si scopre se la sostanza ricercata c'è davvero.
Dunque per scoprire se vi è potere occulto e la sacralità è sufficiente fare qualche prova: si dice pubblicamente una certa cosa e si osserva la reazione della gente. Se si odono grida di sdegno e si vede allestire una forca, sia pure mediatica e verbale, si è di fronte al sacro e al potere occulto che si cercava.

"Non ci vedo nulla di male…"

"Non ci vedo nulla  di male…" Ecco una frase usatissima di cui parlare: "Non ci vedo nulla di male nel dire… nel fare…" o "…se uno dice… se uno fa…".
La frase è quasi sempre usata per inferire quanto segue:"se io non ci vedo nulla di male vuol dire allora che non c'è nulla di male".
Consegue il fatto che chi vede il male dove non io non lo vedo (e se io non lo vedo è sicuro che non c'è) di per se stesso è in torto marcio: o è stupido o è disinformato o è in malafede. Non si scappa.

Trovo che questo modo di ragionare sia, oltre che profondamente illogico, anche terribilmente presuntuoso. Parte dalla presunzione, infatti, che l'Io sia la misura di tutte le cose.
"Ciò che il mio Io individuale non vede semplicemente non esiste, non può esistere!". Ciò che io vedo e solo ciò che io vedo, per contro, è reale ed esiste"
E gli altri, il Tu, il Voi, il Loro?
Per chi scrive o pronuncia la frase "Non ci vedo nulla  di male…", con l'inferenza di cui ho scritto sopra, il Tu, il Voi, il Loro, non essendo "Io" non hanno alcun valore.
Nella frase in questione la soggettività è elevata al rango di verità assoluta perché l'arbitro di ogni questione è proprio l'io soggettivo.

Quante volte sentiamo usare questa frase 'bacata', senza il correttivo che le sarebbe doveroso: "Non vedo nulla di male, ma non è detto che non ci sia…" per commentare questioni di estrema delicatezza, concernenti la vita umana, la moralità, l'educazione!
Mi auguro che si impari ad usare questa frase con la consapevolezza dei rischi e dei limiti che essa porta con sé. Questo per aiutarci a recuperare almeno in parte, in questo secolo malato di sordità, le regole del dialogo civile e costruttivo fra i pensieri.