domenica 7 dicembre 2014

“La Repubblica Italiana è uno stato democratico”

12 settembre 2009 alle ore 13.23

L’Italia è una repubblica democratica” dice la sua costituzione. Ma io, potendo, cambierei l’assunto testé citato con uno del tipo: “la Repubblica Italiana è uno stato democratico”, e questo perché non vorrei impegnare per una democrazia obbligatoria gli altri due stati che, pur essendo piccolissimi, insistendo sul medesimo suolo nazionale, con la Repubblica Italiana contribuiscono a formare la cosiddetta Italia.
Detto ciò l’Italia repubblicana resta un Paese “democratico”.
So che di fronte a questa affermazione sono tanti quelli che storcono il naso, tanti coloro che negano all’Italia una qualche patente di accettabile democrazia. Perché, qual è la ragione di questo diniego? Perché sono così tanti gli italiani che si sentono in diritto -se non addirittura in dovere- di sostenere che in Italia non vi sia una democrazia?
Io credo che ciò dipenda essenzialmente da uno dei caratteri di fondo della cultura e del pensiero popolare degli italiani. Gli italiani sono de facto degli inguaribili neoplatonici, idealisti fino al midollo. Per gli italiani l’universo mondo si articola e si compone con purissime idee, fra loro intrecciate in architetture eleganti e ardite insieme. Idee pure che figliano talora nuove idee altrettanto pure e immacolate delle loro madri. Alti principi alti valori alte aspirazioni, tutto ciò che è alto attrae in modo inesorabile il pensiero degli italiani. Ed ecco che le leggi si fondano allora non sulla realtà, ma su “alti concetti”, che tanto alti sono da potersi definire astratti, e pertanto del tutto liberi dalla concretezza materiale delle cose che essi rappresentano.
Le leggi sulla scuola o sulla famiglia, per fare un esempio, hanno “al centro il bene del bambino” o quello “della donna”, ma si tratta sempre sostanzialmente di un bene di un bambino o di una donna irreali, idealizzati, astratti, figli di una visione poetica e smaterializzante, spesso ottimista nel caso della donna e del bambino, o pessimista nel caso del maschio e adulto, mai concretamente “vera”.
Insomma, non è la realtà a governare il Paese Italia, bensì l’idealità.
Anche la democrazia italiana, apparendo alla storia nella sua versione concreta di “realtà possibile” si mostra inevitabilmente inadeguata, perfino miserrima, di fronte alla democrazia ideale che gli italiani hanno in mente. Ciò non può che generare frustrazione e depressione del senso politico degli italiani e perfino rinuncia alla partecipazione e all’azione politica. Perché la politica per molti italiani non è “l’arte del possibile” bensì al contrario l’arte della mitopoiesi, del creare miti ideologici e utopie.
Invece la democrazia italiana è una democrazia concreta, una declinazione storica fra le tante del concetto astratto di democrazia, così come ogni individuo umano non è che una declinazione storica e concreta dell’idea divina di uomo. Ovvio e doveroso che l’idealità ispiri la costante opera di perfezionamento della realtà, che alla geometria perfetta della mente l’uomo tenti in ogni modo di ricondurre il mondo. Ma altro è riconoscere la sostanziale distanza tra il concetto e la storia altro è negare alla realtà storica un valore. La democrazia italiana sarà anche lontana dalle aspirazioni di perfezione degli idealisti politici, e però è e resta, sia chiaro nell’ambito del possibile e del reale, una democrazia compiuta. Del resto nessun paese democratico è in questo molto differente dall’Italia.
Concludo: anche negare al governo “liberamente eletto” di un paese la patente di governo democratico è da annoverarsi tra gli atti di negazione del modello democratico, perché tra le regole del gioco democratico è prevista proprio l’accettazione, o meglio il riconoscimento pur non supino, ma formale e sostanziale, dell’autorità eletta, e ciò anche quando tale governo non sia gradito. In caso contrario sarebbe come negare al popolo elettore la sua sovranità.

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