18 dicembre 2011 alle ore 17.17
Integrazione: intanto è una parola e a dirla son buoni quasi tutti, così, visto che non è neanche tanto difficile da pronunciare, c'è una moltitudine di gente che la usa come se fosse uno slogan: "integrazione, integrazione ci vuole integrazione". Tanti si riempiono la bocca di questo lemma affascinante, ma lo sanno tutti questi che cosa sia l'integrazione?
Integrazione è una parola sì, poi però integrazione è anche un lavoro; è un lavoro che a farlo sono gli stranieri e con loro pochi amici ed aiutanti.
Io per mestiere faccio l'aiutante di quegli stranieri che lavorano per la propria integrazione.
Lo dico con orgoglio: io aiuto l'integrazione, io faccio integrazione. Come lo faccio? Insegnando, aiutando gli stranieri ad imparare la lingua e la cultura italiana. Sarà poca cosa, ma l'integrazione parte da quì, dall'accesso alla lingua e alla cultura di una paese. Lo faccio bene? Non lo so, ma spero di essere utile a qualcuno.
Sì, mi pagano per questo lavoro, ma la soddisfazione arriva piuttosto dal fatto di poter conoscere tante tantissime persone, alcune anzi tante davvero belle, e tante storie diverse, importanti, spesso piene di sofferenza, spesso curiose, sempre degne di essere ascoltate, rispettate, apprezzate.
Nel mio lavoro mi capita di incontrare tantissimi volti, tanti occhi provenienti da tutto il mondo, e di essere per loro un volto italiano e amico, un paio di occhi di questa Italia mia.
E' un lavoro delicato quello che faccio, pieno di problemi. Chi lavora come me chi lavora con me è al servizio del suo Paese, della comunità nazionale, ma serve lo stato e la nazione servendo gli stranieri, aiutandoli nel loro incontro col mondo nuovo che è il nostro mondo.
Ci si trova, come si potrà capire, a tendere un orecchio alle voci dei connazionali italiani, e l'altro orecchio a quelle degli stranieri. Si diventa mediatori. E come per ogni mediatore si è sempre a rischio di perdere l'equilibrio: ogni servitore che abbia due padroni rischia di scontentare entrambi.
Io ho deciso di essere semplicemente me stesso, di non falsare la realtà, di aiutare come posso a capire a esprimersi, a stare meglio. Chissà se ci riesco. Cerco di vedere, in tutti quelli che incontro, degli uomini, delle donne, dei bambini, non solo stranieri, ma soprattutto persone, perchè è questo che sono. E cerco di favorire l'incontro fra degli universi che tante volte sono in conflitto.
Ecco, il mio è un lavoro così.
C'è una bella favola che racconta di un bue e di una la mosca cocchiera. Uno che lavora e l'altra che lo punzecchia e che si sente d'esser lei che tira il carro. Anche nell'integrazione, che è un lavoro, c'è chi fa il bue e c'è chi fa la mosca cocchiera. Libera nos Domine dalle mosche cocchiere!
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