La crisi? Sì, certo che questa è una crisi finanziaria coi
fiocchi, e chi lo nega? Ma quando è nata?
Secondo me la crisi è epocale, ma ha come si suol dire "radici profonde". , Questa crisi io l'ho vista nascere e crescere come una marea nera fin dagli anni Settanta. L'ho vista nascere
cullata dalle mille assurdità di un'Italietta postsessantottina,
di un'Italietta provinciale che si pasceva delle sue illusioni, dei suoi
'ordini del giorno' di seconda mano. La mara nera che allora veniva avanti portava con sè l'immondo liquame delle grandi ipocrisie sociali e
culturali di allora, che sarebbero state poi il vangelo del nostro tempo. Ipocrisie
elevate al rango di verità, di paradigmi ideologici, di schieramenti
obbligatori, e di "correnti di pensiero" tutte uguali nella loro pretesa diversità.
Come uno smog, come un agente infettante, il delirio del
secolo si espandeva già in quegli anni fra le menti degli italiani. Piovra dai
molti tentacoli, tumore della coscienza, lebbra del pensiero, la madre
della crisi di oggi, la crisi morale, aveva allora nomi e forme differenti, forme
coerenti tra loro solo per il medesimo perniciosissimo effetto. Erano i no perentori, i no alle regole, all'identità, a Dio, al dovere. Erano i sì al femminismo,
all'omosessualismo, all'androfobia. Era l'antifascismo coattivo e di maniera, era la ribellione intruppata e d'ordinanza. Era l'amoralità, matrice di
tanta corruzione, era il cosmopolitismo nella sua insensatezza, il meridionalismo ideologico e antisettentrionale,
e l'esistenzialismo e la droga, e ancora l'odio per se stessi, gemello siamese di una stolida venerazione per "l'altro",
e poi ancora l'antirazzismo di facciata, che poi non era altro altro
che uno strano autorazzismo, un masochistico flagello per la "nostra
razza".
Erano gli anni Settanta quelli, gli Anni di Piombo, a cui seguirono poi gli Ottanta che furono, io credo, gli Anni dell'Oppio laicista, e i Novanta, gli Anni di Colesterolo alle Stelle, sfociati infine, in pompa magna, alle Soglie del Nuovo Millennio.
E dopo un decennio di nuovo millennio...
ecco già lo stop, la fine del giro di giostra.
La droga ideologica, le illusioni di una coscienza
anestetizzata, stanno ormai finendo. Un Occidente bizantino e decandente si dimena
nel giaciglio viziato del suo dormiveglia;. Con la mente intontita dal
sonno processa se stesso, morbosamente, e uccide ogni giorno il
proprio "padre". Sega il ramo sui sta seduto, e tira la sveglia della storia sul muro, perchè rifiuta di fare i conti con
la realtà.
Ma tutto volge rapidamente al termine, l''Occidente ha perduto
la sua propria identità, ha perduto il vigore, ed è diventato l'eunuco che ha scelto di essere. Quando il freddo e la fame lo risveglieranno del
tutto, quando tornerà a guardarsi e scoprirà di essere rimasto nudo e senza armi, allora e solo allora, si renderà contro di essere marcito.
mercoledì 30 novembre 2011
martedì 29 novembre 2011
Rossi Doria sottosegretario: nomina utile o...?
Marco Rossi Doria, un (ex) maestro elementare atipico, è stato nominato sottosegretario all'istruzione. Ma è una nomina davvero utile alla scuola italiana?
Io credo di no, anzi io credo che si tratti di una nomina piuttosto ideologica, perchè con Rossi Doria è stata scelta anche e soprattutto la sua personalissima concezione della scuola, un concezione non proprio "tecnica", una concezione filosofica che, data la delicatezza del tema, avrebbe dovuto almeno essere confrontata e condivisa da parte del Paese, e invece, stante il "governo tecnico" non lo è.
Cosa dice di Marco Rossi Doria "l'Unità"? Cito il WEB (http://www.unita.it/italia/rossi-doria-ecco-la-scuola-che-vorrei-1.357371)
Maestro di strada a Napoli, e poi formatore di docenti, collaboratore di un governo di sinistra, membro della commissione per le indicazioni nazionali. Ma che tipo di maestro è Rossi Doria? E che tipo di scuola rappresenta costui? Quella in cui vanno ogni giorno i figli degli italiani? Io non direi. Rappresenta semmai una scuola molto particolare, una scuola di estrema e degradata periferia da un lato, e una metascuola di palazzo dall'altra. L'unica cosa che sembra mancare in Rossi Doria è la normale scuola italiana, quella che avrebbe bisogno di poter parlare, la scuola di Urbania, quella di Racconigi, quella di Feltre e di Gallipoli e di Prato.
E' un uomo già dedicato da tempo alle sacrestie della politica questo Marco Rossi Doria, che però si vuol spacciare per "tecnico" virginale. E' un uomo già a modo suo compromesso in molte delle scelte politiche e delle brutture ideologiche nelle quali versano oggi le scuole italiane.
Rossi Doria è insomma il segno del potere che hanno sempre in questo nostro amato Paese le cosiddette eminenze grigie
Io credo di no, anzi io credo che si tratti di una nomina piuttosto ideologica, perchè con Rossi Doria è stata scelta anche e soprattutto la sua personalissima concezione della scuola, un concezione non proprio "tecnica", una concezione filosofica che, data la delicatezza del tema, avrebbe dovuto almeno essere confrontata e condivisa da parte del Paese, e invece, stante il "governo tecnico" non lo è.
Cosa dice di Marco Rossi Doria "l'Unità"? Cito il WEB (http://www.unita.it/italia/rossi-doria-ecco-la-scuola-che-vorrei-1.357371)
Marco Rossi-Doria (Napoli, 1954) è maestro elementare dal 1975. Ha insegnato in Italia e all’estero ed è da venti anni formatore di docenti sulle didattiche laboratoriali e le metodologie di contrasto della dispersione scolastica, del disagio e dell’esclusione precoce. Fondatore del progetto Chance, dal 1994 al 2006 è stato maestro di strada nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Durante il governo di centro-sinistra è stato comandato presso il Ministro della Pubblica Istruzione dove è stato membro della commissione per le indicazioni nazionali della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e della scuola media e ha lavorato alle linee guida del nuovo obbligo di istruzione per tutti, fino a 16 anni. E’ membro della Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale. Lavora per la Provincia autonoma di Trento per progetti a favore dei ragazzi in difficoltà e l’innovazione della formazione professionale.
Maestro di strada a Napoli, e poi formatore di docenti, collaboratore di un governo di sinistra, membro della commissione per le indicazioni nazionali. Ma che tipo di maestro è Rossi Doria? E che tipo di scuola rappresenta costui? Quella in cui vanno ogni giorno i figli degli italiani? Io non direi. Rappresenta semmai una scuola molto particolare, una scuola di estrema e degradata periferia da un lato, e una metascuola di palazzo dall'altra. L'unica cosa che sembra mancare in Rossi Doria è la normale scuola italiana, quella che avrebbe bisogno di poter parlare, la scuola di Urbania, quella di Racconigi, quella di Feltre e di Gallipoli e di Prato.
E' un uomo già dedicato da tempo alle sacrestie della politica questo Marco Rossi Doria, che però si vuol spacciare per "tecnico" virginale. E' un uomo già a modo suo compromesso in molte delle scelte politiche e delle brutture ideologiche nelle quali versano oggi le scuole italiane.
Rossi Doria è insomma il segno del potere che hanno sempre in questo nostro amato Paese le cosiddette eminenze grigie
martedì 22 novembre 2011
La crisi da una certa distanza
Riassumiamo i fatti.
nel 1998 l'Unione Europea adotta come moneta unica l'euro. Da quel momento l'euro è il motore dell'Unione, e chi lo controlla chi cntrolla l'euro controlla di fatto tutta la politica comunitaria.
Ma chi è che controlla l'euro? La moneta unica non è governata da un soggetto politico rappresentativo delle varie sovranità nazionali, cioè da un consiglio dei ministri ecomomici dell'Unione o, meglio ancora, da un parlamento di eletti, no, l'euro è governato dalla Banca Centrale Europea, e perciò dai centri (più o meno occulti e del tutto estranei ad ogni controllo democratico) della finanza mondiale che allignano in essa.
Forte è il governo oligocratico della moneta unica e debole il suo interlocutore politico, cioè il Parlamento Europeo, tanto debole questo secondo potere che sembra quasi dipendere dal primo.
Il gota finanziario che stando nella BCE controlla l'euro non risponde agli interessi dei cittadini europei, non risponde alla politica democratica, ma agli interessi degli investitori privati. E gli investitori non sono europei, ma internazionali, anzi sono entità senza una patria, sono squali dediti al nomadismo, sono gruppi di opportunisti, società, gruppi di società, insomma mostri senz'anima. Gli investitori sono come capodogli a caccia di banchi di sardine, e per questi capodogli l'Europa non è altro che un grasso banco di sardine da mangiare.
Non diamo troppe colpe alle banche però, esse non fanno altro che ciò per cui sonostate create: capitalizzano, investono, traggono profitto. E' nella loro natura, è nella loro missione di fare questo. Le banche e le finanziarie agiscono con la stessa medesima avidità anche quando trattano per conto nostro, per conto di noi piccoli microscopici risparmiatori. Le abbiamo volute noi così, senz'anima, senza identità, senza etica perchè l'anima e l'etica non siano loro d'intralcio nel trarre i profitti.
Il problema non è l'avidità delle banche, o non solo, il problema è l'ignavia della cittadinanza, l'ingavia del popolo sovrano. Vi è un'innegabile flessione della democrazia in Europa.
Gli europei,
più o meno tutti, forse nauseati da una politica corrotta e degradata,
forse impigriti da decenni di benessere, hanno rinunciato a governare la
loro storia, si sono affidati alle correnti, sono diventati fatalisti. Così le banche e le finanziarie, in assenza di una forte e
seria politica democratica, hanno potuto imporre la loro logica,
distruttiva sì per il sistema Europa, ma ottima per gli investitori,
soprattutto se stranieri.
E quale logica?
I confini dell'UE sono stati allargati, e non sulla base di solidi criteri storici, etnici o politici, bensì su criteri di strategia economica. Si ricorderanno le ipotesi di aggregare all'UE la Turchia, Israele e perfino il Marocco.
Per la stessa ragione si è imposto ai governi nazionali di favorire in ogni modo l'invasione di genti, prodotti e industrie, provenienti da paesi extraeuropei.
Gli immigrati, soprattuto se disperati, sono utili per abbassare il costo del lavoro e per innalzare di conseguenza il margine di guadagno degli investitori. Anche la delocalizzazione delle aziende offre il medesimo vantaggio, ma in più offre anche nuovi mercati e nuove aree geografiche su cui operare.
Tutto ciò porta decisi vantaggi a pochi importanti soggetti economici occidentali, e comporta in cambio altrettanto decisi svantaggi per la maggior parte dei cittadini e delle imprese comunitarie.
La politica non reagisce, è fatalista, inerte; sono gli stessi cittadini a non voler reagire a questo stato di cose, a impedire ogni reazione. E' una cittadinanza pasciuta, obesa, addormentata, drogata da dei diritti e da dei beni dati per scontati e ormai sempre meno sostenibili. Manca unità di intenti, manca una coscienza comune dei problemi. Quando reagiscono, i cittadini reagiscono in modo diviso, disordinato, inefficace.
Nei media ogni tentativo di difesa degli interessi nazionali o comunitari passa per chiusura, per razzismo, per frutto di ignoranza, di miopia, di vetustà mentale; ogni resistenza alle invasioni viene definita a priori dagli "esperti" come controproducente. Chissà poi perchè...
Per contro ogni concessione alla liberalizzazione più selvaggia dei mercati o alla globalizzazione viene salutata come un segno di saggezza e di lungimiranza. Solo che oggi ci sono i fatti a smentire le illusioni.
Tra il 2010 e il 2011 la politica si mostra ancora resistente ai "mercati", nome questo che designa i nuovi padroni occulti della scena, la politica si ostina ad ostacolare i progetti dei grandi gruppi in nome degli interessi dei popoli, oppone insoma ragioni "antieconomiche" alla svendita di beni pubblici, e fissa regole che sono sgradite al clan degli amministratori delegati. La politica, insomma, va tacitata. Come? Con una crisi economico-finanziaria che non abbia precedenti. Con la crisi sarà inibita la residuale resistenza dei parlamenti, terrorizzati i popoli consegneranno il comando direttamente agli alfieri della finanza, e sarà un via libera definitivo al nuovo corso.
e' il 2011, in alcuni paesi europei, tra cui la Grecia e l'Italia, la democrazia, già da tempo sotto attacco, viene finalmente sospesa. I plutocrati forzano la mano ai governi: essi devono cedere ai "mercati" ogni grammo utile di proprietà statali, i gruppi privati sono in attesa come iene di acquistare a prezzi stracciati l'enormità delle risorse pubbliche. Un caso importante è quello dell'acqua.
I governi europei divisi tra loro, senza un senso di unità politica e di solidarietà, fanno il gioco degli aggressori. Del resto le iene si annidano proprio in seno ai parlamenti. I predatori si gettano dunque sulle prede, una dopo l'altra, prima la Grecia poi l'Italia, poi la Spagna, la Francia e così via.
L'Europa si lascia divorare dagli investitori, la politica democratica cessa di funzionare e il potere finisce con l'essere esercitato direttamente dai signori della finanza internazionale; gli stessi signori che hanno voluto, progettato e innescato questa terribile crisi.
Ci vorrebbe una reazione forte, coraggiosa, aggressiva e non più autolesionista. Non si fa perchè è ancora presto, perchè è la sofferenza che produce i muscoli.
nel 1998 l'Unione Europea adotta come moneta unica l'euro. Da quel momento l'euro è il motore dell'Unione, e chi lo controlla chi cntrolla l'euro controlla di fatto tutta la politica comunitaria.
Ma chi è che controlla l'euro? La moneta unica non è governata da un soggetto politico rappresentativo delle varie sovranità nazionali, cioè da un consiglio dei ministri ecomomici dell'Unione o, meglio ancora, da un parlamento di eletti, no, l'euro è governato dalla Banca Centrale Europea, e perciò dai centri (più o meno occulti e del tutto estranei ad ogni controllo democratico) della finanza mondiale che allignano in essa.
Forte è il governo oligocratico della moneta unica e debole il suo interlocutore politico, cioè il Parlamento Europeo, tanto debole questo secondo potere che sembra quasi dipendere dal primo.
Il gota finanziario che stando nella BCE controlla l'euro non risponde agli interessi dei cittadini europei, non risponde alla politica democratica, ma agli interessi degli investitori privati. E gli investitori non sono europei, ma internazionali, anzi sono entità senza una patria, sono squali dediti al nomadismo, sono gruppi di opportunisti, società, gruppi di società, insomma mostri senz'anima. Gli investitori sono come capodogli a caccia di banchi di sardine, e per questi capodogli l'Europa non è altro che un grasso banco di sardine da mangiare.
Non diamo troppe colpe alle banche però, esse non fanno altro che ciò per cui sonostate create: capitalizzano, investono, traggono profitto. E' nella loro natura, è nella loro missione di fare questo. Le banche e le finanziarie agiscono con la stessa medesima avidità anche quando trattano per conto nostro, per conto di noi piccoli microscopici risparmiatori. Le abbiamo volute noi così, senz'anima, senza identità, senza etica perchè l'anima e l'etica non siano loro d'intralcio nel trarre i profitti.
Il problema non è l'avidità delle banche, o non solo, il problema è l'ignavia della cittadinanza, l'ingavia del popolo sovrano. Vi è un'innegabile flessione della democrazia in Europa.
Gli europei,
più o meno tutti, forse nauseati da una politica corrotta e degradata,
forse impigriti da decenni di benessere, hanno rinunciato a governare la
loro storia, si sono affidati alle correnti, sono diventati fatalisti. Così le banche e le finanziarie, in assenza di una forte e
seria politica democratica, hanno potuto imporre la loro logica,
distruttiva sì per il sistema Europa, ma ottima per gli investitori,
soprattutto se stranieri.E quale logica?
I confini dell'UE sono stati allargati, e non sulla base di solidi criteri storici, etnici o politici, bensì su criteri di strategia economica. Si ricorderanno le ipotesi di aggregare all'UE la Turchia, Israele e perfino il Marocco.
Per la stessa ragione si è imposto ai governi nazionali di favorire in ogni modo l'invasione di genti, prodotti e industrie, provenienti da paesi extraeuropei.
Gli immigrati, soprattuto se disperati, sono utili per abbassare il costo del lavoro e per innalzare di conseguenza il margine di guadagno degli investitori. Anche la delocalizzazione delle aziende offre il medesimo vantaggio, ma in più offre anche nuovi mercati e nuove aree geografiche su cui operare.
Tutto ciò porta decisi vantaggi a pochi importanti soggetti economici occidentali, e comporta in cambio altrettanto decisi svantaggi per la maggior parte dei cittadini e delle imprese comunitarie.
La politica non reagisce, è fatalista, inerte; sono gli stessi cittadini a non voler reagire a questo stato di cose, a impedire ogni reazione. E' una cittadinanza pasciuta, obesa, addormentata, drogata da dei diritti e da dei beni dati per scontati e ormai sempre meno sostenibili. Manca unità di intenti, manca una coscienza comune dei problemi. Quando reagiscono, i cittadini reagiscono in modo diviso, disordinato, inefficace.
Nei media ogni tentativo di difesa degli interessi nazionali o comunitari passa per chiusura, per razzismo, per frutto di ignoranza, di miopia, di vetustà mentale; ogni resistenza alle invasioni viene definita a priori dagli "esperti" come controproducente. Chissà poi perchè...
Per contro ogni concessione alla liberalizzazione più selvaggia dei mercati o alla globalizzazione viene salutata come un segno di saggezza e di lungimiranza. Solo che oggi ci sono i fatti a smentire le illusioni.
Tra il 2010 e il 2011 la politica si mostra ancora resistente ai "mercati", nome questo che designa i nuovi padroni occulti della scena, la politica si ostina ad ostacolare i progetti dei grandi gruppi in nome degli interessi dei popoli, oppone insoma ragioni "antieconomiche" alla svendita di beni pubblici, e fissa regole che sono sgradite al clan degli amministratori delegati. La politica, insomma, va tacitata. Come? Con una crisi economico-finanziaria che non abbia precedenti. Con la crisi sarà inibita la residuale resistenza dei parlamenti, terrorizzati i popoli consegneranno il comando direttamente agli alfieri della finanza, e sarà un via libera definitivo al nuovo corso.
e' il 2011, in alcuni paesi europei, tra cui la Grecia e l'Italia, la democrazia, già da tempo sotto attacco, viene finalmente sospesa. I plutocrati forzano la mano ai governi: essi devono cedere ai "mercati" ogni grammo utile di proprietà statali, i gruppi privati sono in attesa come iene di acquistare a prezzi stracciati l'enormità delle risorse pubbliche. Un caso importante è quello dell'acqua.
I governi europei divisi tra loro, senza un senso di unità politica e di solidarietà, fanno il gioco degli aggressori. Del resto le iene si annidano proprio in seno ai parlamenti. I predatori si gettano dunque sulle prede, una dopo l'altra, prima la Grecia poi l'Italia, poi la Spagna, la Francia e così via.
L'Europa si lascia divorare dagli investitori, la politica democratica cessa di funzionare e il potere finisce con l'essere esercitato direttamente dai signori della finanza internazionale; gli stessi signori che hanno voluto, progettato e innescato questa terribile crisi.
Ci vorrebbe una reazione forte, coraggiosa, aggressiva e non più autolesionista. Non si fa perchè è ancora presto, perchè è la sofferenza che produce i muscoli.
martedì 15 novembre 2011
Segreti di pulcinella cinesi
Quanta ammirazione per la Cina, e quanta deferenza che mostrano gli occidentali "di mondo" nei confronti del popolo della muraglia. C'è già chi dice che da loro, dai cinesi, abbiamo tutto da imparare, che sono diventati la più grande potenza economica del mondo e dai vincenti bisogna sempre imparare.
Imparare? Daccordo, allora vediamo di imparare qualche loro segreto.
Con ordine.
La Cina è un paese vasto all'incirca 9 671 018 km², ed ha suppergiù un qualcosa come 1.370.344.089 abitanti. E' un bestione, insomma, e questo non è un segreto.
Lo stato cinese è una "repubblica socialista", il potere sta tutto concentrato nell'oligarchia dell'unico partito possibile, il Partito Comunista Cinese. Stretto è il potere stretta è l'amministrazione statale. La cartina politica evidenzia appena 22 province, 5 regioni autonome, 4 comuni, e 2 regioni amministrative speciali. Non è supefacente per una realtà geopolitica che supera di gran lunga i numeri dell'intera Unione Europea (499.723.520 abitanti nel 2009 e 4 326 253 km²)?
In Cina vige un regime singolare, che abbina, con arte tutta orientale, il più becero dei socialismi reali col più becero dei capitalismi possibili. Una beceritudine al quadrato, insomma, che cercherò di motivare con giudizio.
Di fatto nel paese dei draghi lo schiavismo è un'ordinaria realtà. L'orario di lavoro degli operai, quelli "benefciati" dalla rivoluzione, nonostante sia passato sulla carta dalle 48 ore settimanali alle attuali 40, resta in concreto, almeno per il 40,9% dei lavoratori dipendenti, l'orario più lungo del mondo: e infatti le 48 ore settimanali, o di riffa o di raffa, sono sempre attuali, e ad esse si devono anche aggiungere molte inconfessabili ore clandestine.
Non 'sparlo' soltanto io delle condizioni di lavoro dei cinesi, ne scrive anche, fra gli altri e meglio di me, Ignazio Riccio, giornalista del “Corriere del Mezzogiorno”. Cito.
Le condizioni in cui sono costretti a lavorare gli abitanti della Cina negli stabilimenti delle grosse multinazionali sono a dir poco raccapriccianti, [...] Sono circa novanta milioni gli “schiavi cinesi”, in gran parte contadini, che si sono trasferiti dalle campagne alle industrie cittadine. Le loro paghe sono ridicole: un operaio che lavora cento ore settimanali, senza nessun giorno di riposo, guadagna al massimo 900 yuan (pari ad 88 euro), una cifra insufficiente, anche in Cina, per sostenere una famiglia. Gli stessi lavoratori per lo più non sono coperti da assicurazione sanitaria e non hanno diritto a risarcimento in caso di incidenti sul lavoro. Gli operai molte volte lasciano i loro familiari nelle terre d’origine e mandano l’intero salario una volta all’anno, quando gli viene corrisposto. Non sono rari i casi in cui i datori di lavoro negano o dilazionano nel tempo i pagamenti ai loro dipendenti e, come se non bastasse, vengono utilizzati anche i minorenni per i lavori più duri. La battaglia contro lo sfruttamento minorile è ardua e spesso impossibile da sostenere di fronte ai precari equilibri economici che condizionano le famiglie povere di vaste aree della Cina. Il quadro che abbiamo davanti agli occhi è spaventoso: bambini alla catena di montaggio, fabbriche gestite come carceri, stipendi che bastano a malapena a sopravvivere, lavoratori intossicati dalle sostanze nocive presenti nelle aziende ed una lunga catena di incidenti mortali sul lavoro. Far lavorare i minori è spesso una scelta obbligata per le famiglie cinesi, vista la povertà che esiste in molte zone della Cina ma, comunque, mandare i propri figli in fabbrica non è la decisione più crudele. In molti casi fiorisce un altro mercato del lavoro per le bambine, quello della prostituzione.
Ecco, questo è uno dei segreti di pulcinella del successo economico cinese. Chi è che non sapeva?
Avanti dunque con le cose da "imparare".
Altra caratteristica interessante che ha la Cina è che lì si fa un uso spudorato della tortura. In quel paese la tortura è quasi una tradizione: se a Bologna c'è la mortadella e a San Daniele del Friuli
si fanno i prosciutti, se in Italia la pizza e gli spaghetti sono la
tradizione, in Cina la tradizione è... torturare. Si tortura con una passione artigianale in Cina, perchè tra gli occhi a mandorla torturare è un'arte. Come a Napoli il presepe così Pechino la bastonatura dei prigionieri.
Tanto è amata la tortura tra i cinesi che per torturare qualcuno gli basta di avere a disposizione un prigioniero, uno qualsasi, anche se innocente; anzi, se è innocente è quasi meglio, perchè la tortura sa di carognata peggiore. Sapete, è come certe gradevoli puzze di formaggio per i suoi appassionati..
La tortura comunque non è tutto.
In Cina vi è una mancanza assoluta di rispetto per i più elementari diritti umani, non solo politici, ma anche religiosi. Le religioni per lo stato sono tutte ugulmente illegali, e tutte ugualmente perseguitate. Legale e obbligatorio è il culto ateista per il partito, e per Mao che ne è il sommo profeta e il paffuto semidio dal libretto rosso. Discriminati e puniti sono tutti i 'credenti' di ogni religione, di ogni fede: cristiani, islamici, buddhisti e falun gong. La carta costituzionale cinese garantisce ai cittadini la libertà religiosa che nei fatti lo stato stesso si premura di negare in ogni modo.
Detto questo, l'altro segreto del Pulcinella cinese vien da sè. Si tratta del "laogai" (laodong gaizao), espressione che sta per 'ergoterapia politica', cioè 'lavori forzati', o meglio 'forza lavoro a costi impressionantemente bassi', insomma 'schiavismo di stato'. Nei campi di concentramanto e di tortura si pratica il lavoro forzato, forzato oltre ogni limite umano. Nei lager cinesi si può finire per un semplice sospetto, per una delazione, per fede religiosa, ma anche per un niente. Sta di fatto che per uno stato totalitario come la Cina avere a diposizione dei lager, dei gulag o dei laogai che dir si voglia, non è soltanto una necessità, ma è anche un bel vantaggio economico..
Possiamo forse tralasciare l'altro dei grandi segreti cinesi, la mafia?
La mafia oggi è il segreto dei segreti, è lo stato nello stato, ed è la vera anima nera del Partito Comunista. Ai metodi comunisti si uniscono metodi e interessi mafiosi, e l'effetto è mostruoso!
Cito una ricerca del liceo Berchet di Milano.
L’8 aprile 1993, il ministro della Polizia cinese Tao Siju, annunciando che le autorità comuniste non intendevano decretare un’amnistia per gli studenti che avevano partecipato al movimento di Tienanmen, dichiara che il governo è lieto di "unirsi" alle triadi: "i membri delle Triadi — spiega il ministro — non sono tutti dei gangsters. Se essi sono dei buoni patrioti, se assicureranno la prosperità di Hong Kong, noi dobbiamo rispettarli". È la legalizzazione del rapporto di coabitazione governo-triadi, fondato sul riconoscimento dell’assoluto controllo delle Società Nere su Hong Kong e sulla sua economia, probabilmente ben presente anche alla Gran Bretagna nel momento in cui abbandona la città nel 1997. L’ufficializzazione delle triadi, secondo il giornalista francese Roger Faligot, è l’esito inevitabile della loro "penetrazione in tutte le sfere della vita economica e politica", sulla cui imponenza non è lecito aver dubbi, se si considera che lo stesso ministro della Giustizia cinese, Xiao Yang, in occasione della Conferenza Mondiale sulla Criminalità Organizzata Transnazionale, organizzata a Napoli, dall’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, dal 21 al 23 novembre 1994, ammette la presenza sul territorio cinese di 150. 000 organizzazioni criminali, cui risultano collegati altri 600.000 gruppi di media importanza. Pertanto, la liberalizzazione voluta da Deng Xiaoping (1904-1997) avrebbe avuto l’effetto di consegnare l’economia della Cina ai corrotti e ai mafiosi. "La morale comunista di solidarietà e patriottismo, che aveva funzionato fino ai primi anni Settanta cadeva a pezzi — riferisce il giornalista Francesco Sisci—, ma non c’era niente con cui rimpiazzarla. La vecchia morale confuciana era sparita, e con essa il rispetto degli altri, degli anziani, del lavoro, della proprietà ... Non restava niente, solo l’imperativo categorico di Deng [...],"facai", arricchitevi".
"Arricchitevi!" e in ogni modo. Va ricordato, infatti, un ulteriore segreto.Va ricordato come la Cina produca essenzialmente partendo da creatività occidentali, ma usando solo mano d'opera cinese a basso costo. Qui sta la causa della cosiddetta delocalizzazione, fenomeno che già ha procurato all'Europa un grave innalzamento del tasso di disoccupazione.
Va ricordato ancora come in Cina si usino materiali scadenti e di pessima qualità, anche per fabbricare prodotti delicatissimi come quelli destinati al consumo alimentare, come quelli per la cosmesi, o quelli destinati ai bambini.
Va ricordato infine come l'industria della contraffazione sia tra le maggiori industrie cinesi e come essa abbia risvolti pesantissimi e negativi per le industrie di casa nostra.
Rivediamo allora la pletora dei segreti cinesi, segreti di pulcinella volutamente "ignorati" dai sinofili occidentali: una massa enorme di popolo sottopagato, senza diritti e senz'altra religione che lo stato, uno stato mafioso, corrotto ed immorale, un regime totalitario, asfissiante che fa uso di torture e di persecuzioni, una diffusa e tollerata immoralità, nella vita quotidiana come nel mercato.
Non è il ritratto perfetto dell'impero del male?
C'è ancora un segreto, un inaspettato segreto del successo cinese, che sta ben fuori dalla Cina, che sta fra di noi. Siamo noi stessi, è l'occidente addormentato, anestetizzato, assopito, è il nostro mondo che non vede il mostro che lo divora, che non reagisce, che non si rialza, e non muove un dito per difendere i diritti e il futuro di chi verrà. E' l'occidente inebetito, complice del suo stesso carnefice, ignaro mercante d vizi, che compra che tratta, che dialoga con i cinesi, che si lascia anzi comprare, sottomettere, conquistare. Tutto ciò accade in barba agli illuminatissimi principi occidentali, in barba ad ogni possibile e nefasto destino che si affaccia al nostro orizzonte. In barba perfino al vecchio sempre valido buon senso di una volta.
Questi sono i segreti del successo cinese. Questo è ciò che secondo molti dovremmo imitare per avere altrettanto successo. Ma non è meglio invece risvegliare le nostre flebili coscienze?
martedì 8 novembre 2011
La crisi annunciata
Chi vive coi piedi per terra, con la testa sul collo, questa "crisi" se l'aspettava da anni. Solo la generale insipienza dell'Occidente, solo una smodata ingordigia di vanità, unitamente, certo, all'accondiscendenza dei governanti che sempre sono vincolati dal consenso popolare, poteva illudere un'intera generazione che la crisi non sarebbe arrivata.
Adesso però la tempesta è arrivata, anche per gli sprovveduti, anche per gli illusi che finalmente sentono il vento fra i capelli.
Parole d'ordine di mezzo secolo da delirio sono state "sviluppo", "crescita", "consumo". E poi "libero mercato", soprattutto "libero mercato"! Ed ecco i frutti di quest'albero illusorio.
Caduto il comunismo sarebbe stata buona cosa tenere a freno l'altro dei due mostri del Novecento, il capitalismo finanziario, e invece... Invece no, il capitalismo lo abbiamo coccolato, lo abbiamo alimentato di fiducia, indorato di speranza; lo abbiamo delegato perfino a governarci, al posto della politica. E invece di esecrare gli speculatori e i pirati della borsa, veri autori della crisi, li abbiamo esposti per anni alla pubblica ammirazione: "ah quei bravi marinai della finanza, ah quei capitani coraggiosi dell'economia virtuale, sempre pronti, sempre saldi nella quotidiana tempesta delle azioni...
Ne abbiamo fatto dei protagonisti da film hollywoodiani, di storie, di romanzi! E oggi, tanto per cambiare, li metteremmo anche a governare le nazioni, loro, sì, proprio loro che questa crisi l'hanno creata.
Ma non avremmo dovuto piuttosto ammirare i veri lavoratori, i produttori dei beni di consimo più umili e necessari, gli artigiani, i piccoli imprenditori, gli operai e i panettieri, i fabbricanti di lampadine, di scarpe e di posate? Com'è che stati tanto cretini da entusiasmarci per l'ultimo ritrovato della tecnologia, per il telefonino ultimissima generazione, e tanto fessi da gioire per il progresso a prescindere, da riempirci la bocca e le orecchie di anglicismi e di neologismi e di analisi socioeconomiche a valanga, di chiacchiere cioè sulla globalizzazione, così sempre inevitabile, così ineluttabile come il surriscaldamento del pianeta?
I tempi, la moda, l'imbecillità, ogni secolo ha la sua.
Seduto al solito bar, il vecchio signor Rossi degli anni Novanta stava a chiedersi se avremmo mai potuto mangiare coi titoli e i palmari, ma alla faccia del signor Rossi, uomo della strada che sempre è e sempre resta senza né arte né parte, il Nuovo che avanza è... avanzato, bello, superfluo, voluttuario, e ci è parso di poter dire buonanotte al necessario.
Adesso è suonata la sveglia la sveglia, e giù dalle brande.
Forse dovremmo riaccordarci sul termine 'crisi'. Cosa intendiamo per crisi? Era in crisi la Grecia il giorno prima del tracollo? Non si vendevano forse per le vie di Atene pizze, cellulari e borsette firmate?
E' nella realtà che l'economia è in crisi, o lo è nella sua aberrante rappresentazione, la rappresentazione numerica che sta tutta nei meccanismi della finanza internazionale?
Adesso però la tempesta è arrivata, anche per gli sprovveduti, anche per gli illusi che finalmente sentono il vento fra i capelli.
Parole d'ordine di mezzo secolo da delirio sono state "sviluppo", "crescita", "consumo". E poi "libero mercato", soprattutto "libero mercato"! Ed ecco i frutti di quest'albero illusorio.
Caduto il comunismo sarebbe stata buona cosa tenere a freno l'altro dei due mostri del Novecento, il capitalismo finanziario, e invece... Invece no, il capitalismo lo abbiamo coccolato, lo abbiamo alimentato di fiducia, indorato di speranza; lo abbiamo delegato perfino a governarci, al posto della politica. E invece di esecrare gli speculatori e i pirati della borsa, veri autori della crisi, li abbiamo esposti per anni alla pubblica ammirazione: "ah quei bravi marinai della finanza, ah quei capitani coraggiosi dell'economia virtuale, sempre pronti, sempre saldi nella quotidiana tempesta delle azioni...
Ne abbiamo fatto dei protagonisti da film hollywoodiani, di storie, di romanzi! E oggi, tanto per cambiare, li metteremmo anche a governare le nazioni, loro, sì, proprio loro che questa crisi l'hanno creata.
Ma non avremmo dovuto piuttosto ammirare i veri lavoratori, i produttori dei beni di consimo più umili e necessari, gli artigiani, i piccoli imprenditori, gli operai e i panettieri, i fabbricanti di lampadine, di scarpe e di posate? Com'è che stati tanto cretini da entusiasmarci per l'ultimo ritrovato della tecnologia, per il telefonino ultimissima generazione, e tanto fessi da gioire per il progresso a prescindere, da riempirci la bocca e le orecchie di anglicismi e di neologismi e di analisi socioeconomiche a valanga, di chiacchiere cioè sulla globalizzazione, così sempre inevitabile, così ineluttabile come il surriscaldamento del pianeta?
I tempi, la moda, l'imbecillità, ogni secolo ha la sua.
Seduto al solito bar, il vecchio signor Rossi degli anni Novanta stava a chiedersi se avremmo mai potuto mangiare coi titoli e i palmari, ma alla faccia del signor Rossi, uomo della strada che sempre è e sempre resta senza né arte né parte, il Nuovo che avanza è... avanzato, bello, superfluo, voluttuario, e ci è parso di poter dire buonanotte al necessario.
Adesso è suonata la sveglia la sveglia, e giù dalle brande.
Forse dovremmo riaccordarci sul termine 'crisi'. Cosa intendiamo per crisi? Era in crisi la Grecia il giorno prima del tracollo? Non si vendevano forse per le vie di Atene pizze, cellulari e borsette firmate?
E' nella realtà che l'economia è in crisi, o lo è nella sua aberrante rappresentazione, la rappresentazione numerica che sta tutta nei meccanismi della finanza internazionale?
Ubicazione:
Italia
Iscriviti a:
Post (Atom)



