martedì 18 novembre 2014

La famiglia quella vera

«La famiglia esiste e prevede l’unione di un uomo e di una donna che fanno dei figli ai quali cercano di assicurare un futuro. Poi ben vengano altre forme di relazione. Ma non chiamiamole famiglie. La verità è che oggi le proteste di certa sinistra hanno come segreto obbiettivo la distruzione della famiglia in quanto tale».



Etimologia e significato di matrimonio

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Il Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio de Mauro (Torino, UTET, 1999-2000, con aggiornamenti del 2003) elenca, per il termine matrimonio, tre significati fondamentali; il primo, quello più comune, di ‘unione di un uomo e di una donna che si impegnano, davanti a un’autorità civile o ecclesiastica, a una completa comunione di vita nel rispetto dei reciproci diritti e doveri’. Sempre in questo primo significato è compreso quello di ‘rito, cerimonia nuziale’.
Il termine ha un secondo significato nella liturgia ecclesiastica: ‘sacramento con cui si attribuisce carattere sacro all’unione di un uomo e di una donna’.
In terzo luogo, il lemma può essere impiegato nel senso figurato di ‘unione, associazione di due elementi, strutture, organizzazioni e simili’.

La parola italiana matrimonio continua la voce latina matrimonium, formata dal genitivo singolare di mater (ovvero matris) unito al suffisso –monium, collegato, in maniera trasparente, al sostantivo munus ‘dovere, compito’.
Questa informazione è contenuta in gran parte dei dizionari storici o etimologici italiani, come il DEI, Dizionario Etimologico Italiano (a cura di Carlo Battisti e Giovanni Alessio, Firenze, Barbera, 1950-1957), il DELI, Dizionario etimologico della lingua italiana (a cura di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Bologna, Zanichelli, 1983) e il GDLI, Grande Dizionario della Lingua Italiana (a cura di Salvatore Battaglia, Torino, UTET, 1961-2002) che specificano anche che il termine si è formato su influsso del preesistente patrimonium.
Dunque matrimonio, rispetto ad altri termini che vengono correntemente impiegati con significato affine, pone, almeno in origine, maggiore enfasi sulla finalità procreativa dell’unione: l’etimologia stessa fa riferimento al “compito di madre” più che a quello di moglie, ritenendo quasi che la completa realizzazione dell’unione tra un uomo e una donna avvenga con l’atto della procreazione, con il divenire madre della donna che genera, all’interno del vincolo matrimoniale, i figli legittimi.
È ciò che dice chiaramente, fin dalla prima edizione, il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), dove alla voce matrimonio è riportata una citazione tratta dal Volgarizzamento della somma Pisanella detta Maestruzza: «Matrimonio è una congiunzione dell’huomo, e della donna, la quale ritiene una usanza di vita, la quale dividere non si può. E perchè nel matrimonio apparisce più l’uficio d’esso nella madre, che nel padre, perciò è determinato più dalla madre, che dal padre. Matrimonio, tanto è a dire, come uficio di madre».
Una citazione ancora più antica, dal libro XIX dei Contra Faustum Manichaeum libri XXXIII di sant’Agostino (354-430) e riportata dal Thesaurus Linguae Latinae recita: «Matrimonium quippe ex hoc appellatum est, quod non ob aliud debeat femina nubere, quam ut mater fiat», ovvero ‘il matrimonio è senza dubbio chiamato così perché la donna si deve sposare non per altro motivo che per diventare madre’.
È evidente – e i dizionari sopra citati ne sono testimonianza – che oggi il termine conserva solo parte del suo significato originario, venendo fra l’altro impiegato, in quasi tutti i contesti, in maniera più generica, come sinonimo di nozze o sposalizio.
Vera Gheno  9 dicembre 2013









domenica 2 novembre 2014

Gli immigrati commettono più reati degli italiani

"Gli immigrati commettono molti più reati degli italiani!"
Chi lo dice? 
Lo sostiene cifre alla mano Giovanni Maria Bellu in un suo articolo web pubblicato il 30 ottobre 2014 su Tiscali Cronaca .  
[http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html]

Non lo dice in modo diretto, anzi per essere precisi, lui vorrebbe dire esattamente il contrario di ciò che emerge, solo che (poveretto lui) i numeri che lui stesso porta a sostengo della sua tesi, la smentiscono e ne capovolgono il bugiardo significato.
Pubblico l'articolo citato più che altro allo scopo di dare rispettosa contezza ai miei rari lettori dei dati in esso contenuti e del senso tendenzioso che vorrebbe avere.

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Gli immigrati commettono meno reati degli italiani, un dossier demolisce i luoghi comuni xenofobi

di Giovanni Maria Bellu

Non sono le parole dei cosiddetti “buonisti”, ma i freddi numeri della statistica a smentire uno dei luoghi comuni più radicati: che gli immigrati siano più propensi degli italiani a commettere reati. E' quanto emerge dal Dossier statistico immigrazione 2014 realizzato dall'Idos per conto dell'Unar (l'Ufficio nazionale anti-discriminazioni istituito dalla presidenza del Consiglio). Secondo questa ricerca, è vero esattamente il contrario.
Sono stati esaminati i dati elaborati dalla Direzione centrale di polizia. In particolare le denunce contro autori noti, le uniche che consentono di individuare immediatamente la cittadinanza. Siccome questo sistema di rilevazione e di raccolta dati è stato messo a punto dal 2004, il confronto è stato fatto a partire da quella data e fino al 2012. Il risultato è stato che le denunce contro gli italiani sono passate da 467.345 a 642.992 (con un aumento del 37,6 per cento), mentre quelle contro gli stranieri da 224.515 a 290.902 (con un aumento del 29,6 per cento)
Il dato diventa ancora più significativo se lo si incrocia con l'andamento demografico dello stesso periodo 2004-1012. Infatti in questo arco di tempo la popolazione italiana è leggermente diminuita mentre il numero di stranieri presenti nel nostro territorio è passato da due milioni 210mila a quattro milioni 387mila. Il risultato è che a fronte di un aumento pari a circa il 100 per 100 del numero di stranieri, l'incremento delle denunce è stato inferiore al 30 per cento. A tutto questo va aggiunto un dato ulteriore: circa il 17 per cento delle denunce a carico degli stranieri si riferisce a un reato specifico del loro status, un reato, cioè, che gli italiani non posso compiere: la violazione della normativa sul soggiorno. In definitiva, se si effettua il confronto al netto di questa fattispecie, la media delle denunce a carico degli stranieri diminuisce ulteriormente.
Ma non è il solo luogo comune che il dossier smentisce. A cadere è anche quello secondo cui gli stranieri toglierebbero risorse agli italiani beneficiando esageratamente del welfare. Se si prendono in esame le elaborazioni sui dati forniti dall'Inps, si scopre che gli immigrati contribuiscono in modo rilevante al pagamento delle pensioni degli italiani mentre ne beneficiano in modo del tutto marginale. Questo per la banale ragione che sono più giovani: l'età media dei lavoratori stranieri presenti in Italia è infatti 31,1 anni, mentre quella degli italiani è di 44,2 anni. Se si proietta questa situazione al 2025 si scopre che quell'anno gli stranieri pensionati saranno uno ogni 25, mentre gli italiani pensionati sono già oggi uno ogni tre. In definitiva, i versamenti dei contributi effettuati dagli stranieri (8,9 miliardi nel 2009), sono per larga parte destinati al pagamento delle nostre pensioni.
Ma c'è una graduatoria negativa nella quale senza dubbio gli stranieri primeggiano: quella delle discriminazioni. L'Unar, il committente della ricerca realizzata dall'Idos, si occupa non solo delle discriminazioni di tipo razziale, ma anche di quelle originate da sesso, dalle condizioni personali (per esempio la disabilità) o anche dall'età. Ha quindi un quadro ampio del problema. Dall'esame delle denunce ricevute dagli uffici dell'Unar nel 2013 emerge che le discriminazioni su base etnico-razziale sono state nel 2013 il 68,7 per cento del totale (748 denunce su un totale di 1.142).
Si è trattato nella maggior parte dei casi di insulti di tipo xenofobo. Analoghi, per intenderci, a quelli che puntualmente compaiono tra i commenti ad articoli come quello che state leggendo. Insulti che – come è stato già rilevato – hanno trovato nei social network un terreno fertilissimo. Interessante notare che il picco massimo di discriminazioni messe in atto attraverso l'utilizzo dei media (si è passati dal 19,6 al 34,2 per cento) ha coinciso col periodo successivo alla nomina a ministro di Cecile Kyenge.
Smentito anche il luogo comune (molto utilizzato da quanti si sono battuti per l'interruzione dell'operazione Mare Nostrum) secondo cui sarebbe in atto una vera e propria “invasione” di immigrati. Attualmente la presenza straniera in Italia è stimata attorno a 5 milioni 364mila persone. Rispetto all'anno precedente l'aumento è stato di 178mila unità. E sono sempre meno i nuovi arrivati che – altro luogo comune - “rubano il lavoro agli italiani”. Nel 2013 i visti per motivi di lavoro sono stati 25.683 per il lavoro subordinato e 1.810 per quello autonomo. Mentre ben 76.164 sono stati rilasciati per “ricongiungimento familiare”. In sostanza, gli stranieri che ultimamente entrano in modo regolare in Italia hanno già un nucleo familiare radicato nel nostro Paese.
La ragione di questo rallentamento degli arrivi per motivi di lavoro è, ovviamente, la crisi economica. L'Italia è una meta sempre meno ambita. Anche perché gli stranieri sono pagati meno (la loro retribuzione media è di 959 euro contro i 1.313 euro dei lavoratori italiani), perdono con più facilità il lavoro e hanno più difficoltà a trovarlo. Benché i lavoratori stranieri occupati siano circa due milioni 400mila (una cifra pari al 10 per cento del totale degli occupati), il loro tasso di disoccupazione ha superato il 17 per cento, contro l'11 per cento degli italiani.
Un altro dato smentisce il luogo comune della “invasione”, non solo quanto all'Italia ma all'intero continente europeo: dal 2008 al 2013 il numero dei migranti respinti dall'Europa si è quasi dimezzato (da 634.975 a 327.255). E le frontiere dove si è registrata la maggior pressione non sono state quelle marittime (dove si è registrato il 2,2 per cento dei casi), ma quelle terrestri (84,3 per cento) e gli aeroporti (13,5 per cento).
30 ottobre 2014
 Già, sembra, a prima vista, una difesa sperticata dello straniero, ma a leggere per bene si nota che in realtà è un'accusa formidabile contro gli stranieri. Basta leggere con calma e razionalità i dati esposti dall'autore e si scopre ciò che la citata ricerca ha davvero portato alla luce.
 
Ed ecco ciò che appare ai raggi X:
se le denunce contro gli italiani
sono 642.992 
e quelle contro gli stranieri non comunitari 
sono 290.902 
si evince che le denunce contro gli italiani sono il doppio di quelle sporte contro gli extracomunitari (rapp: 2,2);
ma se i residenti in Italia sono (dati Istat e dati Idos)
60.782.668      totali
55.418.668      totali comunitari
3.874.726        regolari non comunitari
5.364.000        tot non comunitari
allora appare chiaro che i cittadini comunitari (praticamente gli italiani) sono dieci volte di più dei non comunitari.
Se vi sono  290.902 per 5.364.000 residenti non comunitari e 642.992 per 55.418.668 residenti italiani o comunitari, consegue che c'è
- una denuncia ogni 18,4 residenti non comunitari (5.364.000/290.902)
e
- una denuncia ogni 86,2 residenti italiani o comunitari (55.418.668/642.992);
il rapporto è dunque impietoso per gli stranieri: 18 stranieri bastano per collezionare una denuncia, mentre gli italiani devono essere almeno in 86 per ottenere lo stesso risultato.