nel 1998 l'Unione Europea adotta come moneta unica l'euro. Da quel momento l'euro è il motore dell'Unione, e chi lo controlla chi cntrolla l'euro controlla di fatto tutta la politica comunitaria.
Ma chi è che controlla l'euro? La moneta unica non è governata da un soggetto politico rappresentativo delle varie sovranità nazionali, cioè da un consiglio dei ministri ecomomici dell'Unione o, meglio ancora, da un parlamento di eletti, no, l'euro è governato dalla Banca Centrale Europea, e perciò dai centri (più o meno occulti e del tutto estranei ad ogni controllo democratico) della finanza mondiale che allignano in essa.
Forte è il governo oligocratico della moneta unica e debole il suo interlocutore politico, cioè il Parlamento Europeo, tanto debole questo secondo potere che sembra quasi dipendere dal primo.
Il gota finanziario che stando nella BCE controlla l'euro non risponde agli interessi dei cittadini europei, non risponde alla politica democratica, ma agli interessi degli investitori privati. E gli investitori non sono europei, ma internazionali, anzi sono entità senza una patria, sono squali dediti al nomadismo, sono gruppi di opportunisti, società, gruppi di società, insomma mostri senz'anima. Gli investitori sono come capodogli a caccia di banchi di sardine, e per questi capodogli l'Europa non è altro che un grasso banco di sardine da mangiare.
Non diamo troppe colpe alle banche però, esse non fanno altro che ciò per cui sonostate create: capitalizzano, investono, traggono profitto. E' nella loro natura, è nella loro missione di fare questo. Le banche e le finanziarie agiscono con la stessa medesima avidità anche quando trattano per conto nostro, per conto di noi piccoli microscopici risparmiatori. Le abbiamo volute noi così, senz'anima, senza identità, senza etica perchè l'anima e l'etica non siano loro d'intralcio nel trarre i profitti.
Il problema non è l'avidità delle banche, o non solo, il problema è l'ignavia della cittadinanza, l'ingavia del popolo sovrano. Vi è un'innegabile flessione della democrazia in Europa.
Gli europei,
più o meno tutti, forse nauseati da una politica corrotta e degradata,
forse impigriti da decenni di benessere, hanno rinunciato a governare la
loro storia, si sono affidati alle correnti, sono diventati fatalisti. Così le banche e le finanziarie, in assenza di una forte e
seria politica democratica, hanno potuto imporre la loro logica,
distruttiva sì per il sistema Europa, ma ottima per gli investitori,
soprattutto se stranieri.E quale logica?
I confini dell'UE sono stati allargati, e non sulla base di solidi criteri storici, etnici o politici, bensì su criteri di strategia economica. Si ricorderanno le ipotesi di aggregare all'UE la Turchia, Israele e perfino il Marocco.
Per la stessa ragione si è imposto ai governi nazionali di favorire in ogni modo l'invasione di genti, prodotti e industrie, provenienti da paesi extraeuropei.
Gli immigrati, soprattuto se disperati, sono utili per abbassare il costo del lavoro e per innalzare di conseguenza il margine di guadagno degli investitori. Anche la delocalizzazione delle aziende offre il medesimo vantaggio, ma in più offre anche nuovi mercati e nuove aree geografiche su cui operare.
Tutto ciò porta decisi vantaggi a pochi importanti soggetti economici occidentali, e comporta in cambio altrettanto decisi svantaggi per la maggior parte dei cittadini e delle imprese comunitarie.
La politica non reagisce, è fatalista, inerte; sono gli stessi cittadini a non voler reagire a questo stato di cose, a impedire ogni reazione. E' una cittadinanza pasciuta, obesa, addormentata, drogata da dei diritti e da dei beni dati per scontati e ormai sempre meno sostenibili. Manca unità di intenti, manca una coscienza comune dei problemi. Quando reagiscono, i cittadini reagiscono in modo diviso, disordinato, inefficace.
Nei media ogni tentativo di difesa degli interessi nazionali o comunitari passa per chiusura, per razzismo, per frutto di ignoranza, di miopia, di vetustà mentale; ogni resistenza alle invasioni viene definita a priori dagli "esperti" come controproducente. Chissà poi perchè...
Per contro ogni concessione alla liberalizzazione più selvaggia dei mercati o alla globalizzazione viene salutata come un segno di saggezza e di lungimiranza. Solo che oggi ci sono i fatti a smentire le illusioni.
Tra il 2010 e il 2011 la politica si mostra ancora resistente ai "mercati", nome questo che designa i nuovi padroni occulti della scena, la politica si ostina ad ostacolare i progetti dei grandi gruppi in nome degli interessi dei popoli, oppone insoma ragioni "antieconomiche" alla svendita di beni pubblici, e fissa regole che sono sgradite al clan degli amministratori delegati. La politica, insomma, va tacitata. Come? Con una crisi economico-finanziaria che non abbia precedenti. Con la crisi sarà inibita la residuale resistenza dei parlamenti, terrorizzati i popoli consegneranno il comando direttamente agli alfieri della finanza, e sarà un via libera definitivo al nuovo corso.
e' il 2011, in alcuni paesi europei, tra cui la Grecia e l'Italia, la democrazia, già da tempo sotto attacco, viene finalmente sospesa. I plutocrati forzano la mano ai governi: essi devono cedere ai "mercati" ogni grammo utile di proprietà statali, i gruppi privati sono in attesa come iene di acquistare a prezzi stracciati l'enormità delle risorse pubbliche. Un caso importante è quello dell'acqua.
I governi europei divisi tra loro, senza un senso di unità politica e di solidarietà, fanno il gioco degli aggressori. Del resto le iene si annidano proprio in seno ai parlamenti. I predatori si gettano dunque sulle prede, una dopo l'altra, prima la Grecia poi l'Italia, poi la Spagna, la Francia e così via.
L'Europa si lascia divorare dagli investitori, la politica democratica cessa di funzionare e il potere finisce con l'essere esercitato direttamente dai signori della finanza internazionale; gli stessi signori che hanno voluto, progettato e innescato questa terribile crisi.
Ci vorrebbe una reazione forte, coraggiosa, aggressiva e non più autolesionista. Non si fa perchè è ancora presto, perchè è la sofferenza che produce i muscoli.
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