martedì 8 novembre 2011

La crisi annunciata

Chi vive coi piedi per terra, con la testa sul collo, questa "crisi" se l'aspettava da anni. Solo la generale insipienza dell'Occidente, solo una smodata ingordigia di vanità, unitamente, certo, all'accondiscendenza dei governanti che sempre sono vincolati dal consenso popolare, poteva illudere un'intera generazione che la crisi non sarebbe arrivata.
Adesso però la tempesta è arrivata, anche per gli sprovveduti, anche per gli illusi che finalmente sentono il vento fra i capelli. 
Parole d'ordine di mezzo secolo da delirio sono state "sviluppo", "crescita", "consumo". E poi "libero mercato", soprattutto "libero mercato"! Ed ecco i frutti di quest'albero illusorio.

Caduto il comunismo sarebbe stata buona cosa tenere a freno l'altro dei due mostri del Novecento, il capitalismo finanziario, e invece... Invece no, il capitalismo lo abbiamo coccolato, lo abbiamo alimentato di  fiducia, indorato di speranza; lo abbiamo delegato perfino a governarci, al posto della politica. E invece di esecrare gli speculatori e i pirati della borsa, veri autori della crisi, li abbiamo esposti per anni alla pubblica ammirazione: "ah quei bravi marinai della finanza, ah quei capitani coraggiosi dell'economia virtuale, sempre pronti, sempre saldi nella quotidiana tempesta delle azioni...
Ne abbiamo fatto dei protagonisti da film hollywoodiani, di storie, di romanzi! E oggi, tanto per cambiare, li metteremmo anche a governare le nazioni, loro, sì, proprio loro che questa crisi l'hanno creata.

Ma non avremmo dovuto piuttosto ammirare i veri lavoratori, i produttori dei beni di consimo più umili e necessari, gli artigiani, i piccoli imprenditori, gli operai e i panettieri, i fabbricanti di lampadine, di scarpe e di posate? Com'è che stati tanto cretini da entusiasmarci per l'ultimo ritrovato della tecnologia, per il telefonino ultimissima generazione, e tanto fessi da gioire per il progresso a prescindere, da riempirci la bocca e le orecchie di anglicismi e di neologismi e di analisi socioeconomiche a valanga, di chiacchiere cioè sulla globalizzazione, così sempre inevitabile, così ineluttabile come il surriscaldamento del pianeta?
I tempi, la moda, l'imbecillità, ogni secolo ha la sua.
Seduto al solito bar, il vecchio signor Rossi degli anni Novanta stava a chiedersi se avremmo mai potuto mangiare coi titoli e i palmari, ma alla faccia del signor Rossi, uomo della strada che sempre è e sempre resta senza né arte né parte, il Nuovo che avanza è... avanzato, bello, superfluo, voluttuario, e ci è parso di poter dire buonanotte al necessario.
Adesso è suonata la sveglia la sveglia, e giù dalle brande.

Forse dovremmo riaccordarci sul termine 'crisi'. Cosa intendiamo per crisi? Era in crisi la Grecia il giorno prima del tracollo? Non si vendevano forse per le vie di Atene pizze, cellulari e borsette firmate?
E' nella realtà che l'economia è in crisi, o lo è nella sua aberrante rappresentazione, la  rappresentazione numerica che sta tutta nei meccanismi della finanza internazionale?

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